Storace ad An: «Più destra, meno auto blu»

Il richiamo a Fini: «Non chiederci fedeltà, noi ti daremo lealtà»

Fabrizio de Feo

da Roma

Periodicamente qualcuno lo descrive con la voce tonante, il fare minaccioso e la valigia in mano, pronto a sbattere la porta per tentare avventure personali fuori dal partito. I fuochi della contrapposizione frontale, però, finiscono quasi sempre per stemperarsi. Il legame con la sua «casa politica» trova il modo di rinsaldarsi, anche attraverso il conflitto frontale. E alla fine resta la voce tonante, un marchio di fabbrica a cui un animale politico come Francesco Storace non potrà mai rinunciare, e un desiderio di fare politica che è figlio di una militanza e di una passione sincera e di vecchia data.
La conferma che Storace le sue battaglie vuole portarle avanti dentro An e non contro An arriva dal convegno «d-Destra» organizzato in un convento su una collina di Napoli a cui prende parte anche l’ex commissario della Croce Rossa, Maurizio Scelli. L’ex ministro della Salute confeziona un intervento appassionato, affilato e appuntito con il quale chiede sostanzialmente al suo partito di «dire e fare cose di destra» e riprendere a fare politica, smettendola di «avere nostalgia delle auto blu». «Faccio mio quell’articolo del Codice della strada che obbliga a tenere la destra. Forse bisognerà inserire questo articolo nello statuto di An. Non è detto che con Fini ci debba essere una guerra. A Fini io dico: non chiederci fedeltà, ti daremo lealtà. Questa è una posizione più duratura di quella di qualsiasi mercenario perché non ha senso sbaraccare le correnti e sostituirle con il fideismo».
Come sempre l’intervento di Storace è arricchito da immagini spericolate e ironiche. «Essere di destra destra - spiega - è come essere romani de Roma. Questi ultimi sono sempre di meno ma non è per questo che cambiano nome». Nel suo ragionamento l’ex governatore del Lazio parte soprattutto dall’analisi della nuova svolta lanciata da Gianfranco Fini. E detta il suo j’accuse alla classe dirigente di An. «Mi spaventa che in questo partito non si cerchino le lacrime e le emozioni. Ho paura che conti solo il potere e comandare. Ma io non sono nato per questo. Non si può avere nostalgia delle auto blu o del fatto che non si ha più la scorta solo perché si sono perse le elezioni».
L’ex governatore avanza una richiesta: se rinnovamento deve essere, che sia rinnovamento vero e non di facciata «perché troppe volte ci siamo rinnovati e sono finiti i luoghi della terra dove andare ad annunciare svolte. Ora il rinnovamento va declinato». L’importante, però, è riprendere a credere nella politica. «Quando a Fiuggi scomparve il simbolo della fiamma - ricorda - tutti piangevamo. Ora il mio terrore è che se va via il simbolo di An non succeda niente. Per questo invoco il diritto alla lacrima per un simbolo, un’idea e una identità». Sulla politica delle alleanze c’è un punto che deve essere chiaro: non è certo Silvio Berlusconi il nemico. «È Prodi il nostro avversario, è Prodi da mandare a casa, non Berlusconi». E poi, per chiudere, una stoccata all’ex compagno di corrente, Gianni Alemanno. «Voglio parlare a chi all’interno del partito paventa l’ipotesi di un nuovo partito non subalterno a Berlusconi. Questi mi ricordano tanto l’elefantino, sono gli stessi che fanno i capitomboli e che poi aprono alla società civile con Forza Roma e Avanti Lazio. E magari aprono alla socialità con mister Fazio e Della Valle».