Storace: «Congresso romano per contarsi ma senza discutere»

L’ex ministro aveva sperato in un breve rinvio per fare chiarezza sulle sue vicende giudiziarie. «È un peccato non confrontarsi»

Non ci sarà materialmente, perché a calamitare la sua attenzione è la giornata di domani, quando il gup Enrico Imprudente si pronuncerà sulla richiesta della Procura di Roma di rinviarlo a giudizio per la vicenda «Laziogate». Ma la sua sarà comunque una presenza «politica» significativa, in grado di fare opinione, spostare consensi o forse, coagulare dissenso. Nel giorno dell’apertura del congresso romano di An, il senatore Francesco Storace interviene a ruota libera sulle sorti del partito capitolino.
La prospettiva di un congresso unitario sembra ormai sfumata...
«Di questo mi rammarico, specie ripensando al congresso del ’99 in cui venni eletto presidente all’unanimità. Un periodo in cui An arrivò al 31 per cento di consensi in città, una percentuale che non raggiunse neanche la Dc ai tempi di Sbardella. Sono convinto che un partito come il nostro debba trovare il sistema di far lavorare insieme le sue migliori energie».
Quasi un’utopia, considerate le attuali posizioni.
«Gianni Alemanno ha fatto benissimo il ministro dell’Agricoltura. Andrea Augello ha fatto altrettanto bene come assessore regionale al Bilancio durante la mia amministrazione. Entrambi provengono da quell’area, ormai solo culturale, della “destra sociale”, di cui sono stato protagonista. Credo che se davvero ci fosse stata la volontà, per trovare un accordo sarebbero bastati cinque minuti, magari impegnando l’uno su Roma e l’altro in regione. Personalmente mi dispiace non poter partecipare al congresso da protagonista, e certamente avrei gradito un rinvio di una settimana. Ma in questo partito la buona creanza non si usa più. Ora le mie energie mentali non possono che essere rivolte altrove».
Si riferisce al procedimento giudiziario che la vede coinvolto?
«Mi riferisco a quella manovra politico-mediatico-giudiziaria che mi ha impegnato in quest’ultimo anno durante il quale ho accettato serenamente il corso della magistratura, nonostante il castello di accuse contro di me si sia progressivamente sgonfiato. Continuo ad avere fiducia nella giustizia ma qualora dovessimo andare al giudizio, in un paese dove il 70 per cento dei processi si conclude con l’assoluzione, sono convinto che non sarò certo io a rovinare questa media».
Torniamo ad An. Al centro delle polemiche è finita la convergenza, «imposta dall’alto» secondo qualcuno, della stragrande maggioranza del partito sul nome di Alemanno.
«Quest’ultimo dato mi sembra evidente. Si tratta di una maggioranza “neo” per chi la compone, ma anche con molti nei. Non si sono tenuti i congressi dei circoli, si è scelto un criterio di rappresentanza per cui la base sarà chiamata a essere contata ma non a contare. Sarà un appuntamento organizzativo, in cui si eleggeranno le persone ma dove non ci sarà la possibilità di discutere di politica. Ed è un peccato, perché ci avrebbe consentito di captare gli umori degli iscritti su temi d’attualità come i Dico, l’immigrazione, l’eugenetica. In questo contesto apprezzo anche l’impegno a candidarsi di una militante come Sabrina Pampanini».
E le contestazioni sulle modalità di convocazione?
«Certo non vorrei ritrovarmi al seggio con Domenico Fisichella. Chiesi personalmente l’elenco degli iscritti ad Alemanno, ma non ho avuto risposte. Così come ritengo “a-democratico” un regolamento che impone che le candidature debbano essere firmate da un numero non inferiore al 20 per cento degli aventi diritto al voto. Se la Cdl facesse le primarie per il candidato premier, ci vorrebbero 8 milioni di firme. Se lo adottassimo per scegliere l’anti-Veltroni, ne servirebbero 560 mila».
Eppure per la federazione provinciale un accordo unitario si è trovato.
«E giudico l’elezione di Francesco Lollobrigida una ventata di entusiasmo e di novità. Ma se posso dargli un consiglio, dettato anche dalla scarsa partecipazione al voto (3.400 su 11.500 iscritti, ndr) è quello di ascoltare tutti perché i problemi esistono ancora. Basta guardare a quanto accade a Latina».