Storace riapre il dialogo con il centrodestra

Alla fine l’apertura nei confronti del Popolo della libertà è arrivata. Si è fatta attendere un bel po’, nascosta tra le pieghe di un discorso lungo, battagliero, polemico fino all’esasperazione, ma a un certo punto il segretario Francesco Storace lo ha scandito a gran voce, con il suo stile diretto e allo stesso tempo spigoloso: «Abbiamo il dovere di aprire un dialogo con tutte le forze del centrodestra e anche con il Pdl, senza mai rinunciare a noi stessi. È necessario iniziare quanto prima un serrato confronto, ricordando sempre che l’anima è più importante di un assessorato, che la partita si gioca sui contenuti e non sui contenitori».
Eccolo qui il nodo che tiene insieme i delegati, 1.200 in tutto, che si sono dati appuntamento ieri pomeriggio a Roma per partecipare alla “tre giorni” del primo congresso nazionale della Destra: la voglia di percepirsi diversi rimanendo protagonisti, di andare contro un «sistema bipartitico mancato, anticamera del totalitarismo», mettendoci però un piede dentro. Facendosi sentire, scendendo in piazza.
La data c’è già, ed è simbolica: sabato 24 gennaio, a un anno di distanza dalla fine del governo Prodi. «Un governo che è stata la peggiore iattura per il popolo italiano dal 1922 e che anche noi abbiamo provveduto a far cadere», come ha ricordato fiero lo stesso Storace, sottolineando di «non essere affetto dalla sindrome rancorosa dell’antiberlusconismo». E, di fatto, spedendo un ulteriore messaggio di distensione alla maggioranza. Di tono epico invece le parole utilizzate dal presidente Teodoro Buontempo: «Abbiamo attraversato il deserto senz’acqua, tutto il male che potevano farci ce l’hanno fatto, ma ora ci siamo liberati dal trasformismo dei traditori». Affermazioni che hanno avviato una serie di stoccate a tutto tondo (si è salvato solo Napolitano), con una vittima predestinata, il presidente della Camera Gianfranco Fini, colpevole di «avere sciolto un partito che era riuscito a vedere in ginocchio le bandiere del capitalismo e del totalitarismo». Un mix non letale, corretto con i richiami alla buona educazione e all’ospitalità, per sedare la bordata di fischi riservata dalla platea al senatore di An Oreste Tofani.
E i ricordi del passato? Anche quelli erano presenti in maniera talvolta ingombrante, talaltra discreta: nell’eco degli slogan, su tutti l’enorme scritta sul fondo tricolore della sala, «Più popolo, più idee, più valori contro il declino della nazione». Nel quartiere scelto per il congresso, l’Eur, di certo non solo una coincidenza. Nelle frecciatine lanciate all’indirizzo di Fini, ancora lui, stavolta reo di non avere intuito il potere innovativo della candidatura di Obama e, soprattutto, di essersi vergognato in aula della figura di Giorgio Almirante. Fino al desiderio liberatorio di definirsi, le parole sono di Francesco Storace, «una forza che si professa democratica senza l’obbligo di dirsi antifascista».