Storace va all’attacco di Fini: «Dispotico, è lecito criticarlo»

Fabrizio de Feo

nostro inviato a Orvieto

Dalla «Caffettiera di Orvieto» - come dice ironizzando sulla chiacchierata tra «colonnelli» intercettata in un bar romano - Francesco Storace lancia il suo affondo e torna a proporsi come anima critica della leadership finiana. Il ministro della Salute parte tenendo bassi i toni e facendo una promessa per lui innaturale: «Non farò un intervento fiammeggiante». Ma dopo poco si smentisce, imbraccia la spada e mena fendenti, riportando sotto i riflettori la questione sempre calda della democrazia interna.
«Non mi piace il metodo con cui Fini anticipa futuri esercizi di dispotismo verso un partito che ora sembra costretto più a difendersi dal suo leader che dagli avversari politici», attacca. «Sembra che An sia diventata un vero partito solo perché uno stagista del Tempo ha soffiato sciocchezze in una caffetteria romana. Ma meritocrazia non è saper origliare e chi non c’era in quella caffetteria, che demeriti ha acquisito? O forse Alfredo Mantovano non paga per aver contribuito all’ordine del giorno unitario in assemblea nazionale? Non possiamo rinunciare all’unità e veder frantumare tutto quello che abbiamo costruito da quattro chiacchiere al bar». Storace ci tiene a spazzar via gli equivoci su un punto a cui la platea è, ovviamente, sensibile: «Destra Sociale non muore, rinasce e non si cancella più». Come dire che la componente più identitaria del partito, già sciolta dopo un appello in tal senso lanciato da Fini, è viva e vegeta, e si farà sentire a partire dalla direzione del 28. «Perché se Rutelli ha messo in discussione Romano Prodi - ammonisce il ministro - anche da noi si può parlare della scelta del leader senza timore di censure: questa è la democrazia».
Storace, naturalmente, si augura che le cose assumano una piega positiva. «A Fini chiedo coraggio e meno cesarismo, più umiltà e meno superbia. A Fini voglio ricordare che mostrare equilibrio non significa azzerare tutta una classe dirigente, umiliare chi lavora, minacciare repulisti». E poi, incassando uno dei suoi 37 applausi, ricorda che «a Fiuggi ci si è chiesto di abbandonare la casa del padre, non di bombardarla». Al lungo j’accuse sulla gestione del partito fa seguito una prudente apertura sul partito unico. Storace non nasconde di essere convinto che «alla fine la casa comune non si farà». Ma aggiunge: «Si può discutere sul partito unico ma Fini deve darci una certezza: deve giurarci che alle politiche del 2006 andremo con il nostro simbolo».
Se il ministro della Salute non risparmia stoccate e battute al vetriolo, Gianni Alemanno usa toni più morbidi e si sofferma sugli interrogativi che agitano il centrodestra. Lo fa ufficializzando l’apertura a una legge elettorale proporzionale con preferenza unica e compatibile con il bipolarismo. «Bisogna rompere in An il tabù contro il proporzionale e io mi sento, dopo l’esperienza del maggioritario, molto proporzionalista purché il proporzionale garantisca il bipolarismo». Atteggiamento possibilista anche sul partito unico, a cui Alemanno preferisce comunque una federazione. L’importante è non lasciare la bandiera della destra in mano a partitini che vadano oltre An. «Chi può essere così pazzo da pensare che fare il partito unico significhi lasciare la destra in mano ad Alessandra Mussolini? Chi può solo immaginare di dare un pulpito simile a una scriteriata qualsiasi?».
Le ultime cartucce dialettiche il leader della Destra Sociale le spende sulla gestione del partito. «Era ed è necessario eleggere un segretario politico, affiancandolo a un presidente. Del resto è così in altri partiti: c’è D’Alema e Fassino, Casini e Follini, Prodi e Rutelli. Ma già in direzione Fini ha la responsabilità di ricostruire l’unità. Oggi in An non c’è più una classe dirigente, ai vertici ci sono solo incarichi funzionali. An non può andare agli appuntamenti dell’autunno divisa, commissariata, soppressa, compressa. Basta con l’idea di un capo che pensa per tutti».
Una parentesi è dedicata ai rapporti con Francesco Storace, con il quale «pur arrivando da strade diverse il punto d’approdo è sempre lo stesso». Ma ora è tempo di dialogare anche con le altre correnti. «In An sono finiti i riflessi pavloviani, non ci sono più cani e gatti. Dopo l’assemblea nazionale è finito l’unanimismo di facciata. Noi abbiamo scelto di non dividere il partito in una maggioranza e in una minoranza ma d’ora in poi ci faremo sentire sempre e non ci censureremo».