Stordì e uccise i genitori: Aral condannato a 28 anni

Alessia Marani

Confermata in Cassazione la condanna a 28 anni di reclusione per Aral Gabriele, il giovane, all’epoca dei fatti 26enne, accusato dell’orribile duplice omicidio dei genitori, Gaspare Gabriele, di 66 anni, ed Elena Maria Figuccio, di 64 anni. L’ex insegnante di ragioneria e commercialista e l’ex professoressa di filosofia in pensione furono trovati morti, chiusi in due enormi sacchi della spazzatura sigillati col nastro adesivo, ai piedi del loro letto nella camera matrimoniale di casa, un lussuoso appartamento al quarto piano di via Lupatello a Villa Bonelli, il 22 marzo di tre anni fa. Un atroce delitto di cui fu subito indiziato in prima battuta il figlio, studente d’Economia a Camerino, lo stesso che quel giorno, intorno alle 14,30, chiamò sotto choc la sorella a Milano e i carabinieri. Il suo alibi, però («la sera prima ero tornato tardi e subito sprofondato nel sonno, papà e mamma li vidi l’ultima volta due giorni prima»), crollò solamente quattro mesi dopo, a luglio, quando i carabinieri, a seguito di numerosi riscontri e grazie a una serie di intercettazioni telefoniche, arrivarono a inchiodarlo alle sue responsabilità. La sentenza di ieri, di fatto, ha confermato, dunque, il verdetto già emesso nel maggio del 2004 dalla Corte di Assise di Roma. Anche in primo grado Aral era stato condannato a 28 anni. Non basta. La Suprema Corte ha inoltre rigettato la richiesta del legale dell’imputato perchè ne fosse dichiarata l’infermità mentale. Ma gli «ermellini» hanno fermamente ribadito che «dalle perizie effettuate non risultano malattie psichiche tali da incidere concretamente sulla sua capacità di intendere e di volere».
Una morte terribile, d’altronde, quella che Aral riservò per il padre e la madre. Prima storditi con un potente sonnifero, le cui pasticche furono sbriciolate e mescolate alla cena servita la sera prima del rinvenimento, poi colpiti più volte (la mamma aveva la mandibola schiacciata), quindi infilati e chiusi nelle buste di plastica nera ancora vivi. Come dimostrò in un secondo tempo l’autopsia effettuata sulle salme che parlò, appunto, di «decesso per soffocamento». Movente? Tanto assurdo quanto agghiacciante. Una serie di incredibili bugie che il ragazzo aveva raccontato negli anni ai genitori riguardo al suo cursus universitario. Voti ottimi, la tesi in stesura, la laurea a un passo dal traguardo. Niente di più falso. Un castello di carta che di lì a poco sarebbe venuto giù. E i genitori fieri e orgogliosi a quel figlio, studente modello, non facevano mancare davvero nulla: dalla mansarda in cui viveva, tutta per lui, al quinto piano dello stesso stabile, ai soldi per le uscite con gli amici, alla macchina. Agi che presto sarebbero scomparsi. «Per Aral - spiegarono i giudici nel dibattimento - si avvicinava il momento di tirare fuori la verità. Aveva passato il segno e non sapeva più come venirne a capo. Meditò, dunque, l’assassinio». Nei quattro mesi prima dell’arresto di Aral si indagò pure su un’intricata pista che portava dritto al cuore delle vicende più cupe e ingarbugliate della mala romana. Ipotetiche storie d’usura, estorsioni, rapine e traffico di droga, riconducibili a un personaggio di spicco, caposaldo del riciclaggio di «denaro sporco» nella Capitale fin dai tempi della Magliana, di cui Gaspare aveva avuto modo di curare gli interessi durante la sua attività professionale. Ma almeno questa volta, a quanto pare, la Banda di Abbatino & Co. non c’entra.