Ma la storia di Ariel è solo da rivalutare

di Fiamma Nirenstein

Il migliore augurio che si può fare alla nuova biografia di Ariel Sharon, ad opera di uno dei suoi figli, Gilad, è che essa ristabilisca almeno una parte della verità su Sharon. Perché questo significherebbe ristabilire la verità su Israele, la cui intera storia di difesa e di utopia Arik incarnava perfettamente, significherebbe togliergli quella cappa di delegittimazione che si è accanita in maniera parossistica sulla sua figura come sul suo Paese.
È impossibile dimenticare la famosa vignetta che nel 2003 vinse la gara di Londra mostrando, à la Goya, uno Sharon che nudo divora, inzaccherandosi di sangue, teste di bambini palestinesi. Non fu mai perdonato a Sharon il semplice principio che la difesa di Israele fosse un indiscutibile dovere. Non gli fu mai perdonato anche di non essere di sinistra quanto è richiesto dal gusto corrente. Il libro di Gilad può aprire qualche nuova conoscenza: per esempio non sembra peregrina l’idea che Sharon abbia favorito una fronda di Abu Mazen contro Arafat, o almeno abbia sentito con favore dell’incontro di Abu Mazen con Shimon Peres. Né sembra fuori luogo l’idea che abbia cercato di evitare la commissione su Sabra e Chatila, presago del fatto che la strage sarebbe diventata il parametro di un giudizio sballato contro di lui. Sharon non aveva istinti aggressivi contro i palestinesi, e si impegnò per «due stati per due popoli» con la road map del 2003. Era un grande amico di Rabin, come Rabin era un eroe civile ma anche militare, come lui non avrebbe mai accettato di dividere Gerusalemme, ma disse alla cronista in un’intervista nel novembre 2003: «Io solo posso fare la pace, e la farò». La sua ispirazione nasce da bambino in un villaggio comunitario Kfar Malal, dove giunsero da Brest Litovsk i suoi genitori negli anni ’20, nella fame e nel lavoro disperato, ma nella più felice fedeltà all’ideale. Dalla guerra del ’48 in avanti, quando ha fondato l’unità 101, il primo corpo speciale, lungo tutte le guerre che combatteva in prima linea, quando ha guidato nel Sinai il battaglione che nel ’73 ha salvato Israele creando, ferito alla testa, un passaggio sulla riva occidentale del Canale di Suez, Sharon è stato un comandante umanista e amato dai suoi uomini. Ha reinventato la lotta contro il terrorismo quando Israele boccheggiava negli anni dell’Intifada. Ha fatto lo sgombero di Gaza e fondato Kadima. La cronista ha testimoniato in quegli anni lo strazio di un uomo attaccato dalla parte del Paese che gli era più cara, i disperati coloni di Gaza strappati dalle loro case, ma che non ha esitato a agire per quello che credeva il bene di Israele. Nel libro si parla della sua personale antipatia verso Netanyahu. È del tutto realistico che Arik abbia detto parole dure a Bibi che si opponeva al suo disegno per Gaza. Ma forse lo scontro non ha più senso oggi. Dicono di Arik anche che se sapesse che da Gaza da lui sgomberata sono piovuti solo missili e terrore, agirebbe subito per fermare lo scempio.