La storia del calcio tra tattica e schemi

Alessandro Massobrio

Nei remotissimi anni della mia giovinezza, ricordo di aver fatto conoscenza con la storia del calcio tramite le pagine del Guerin sportivo. Vi scriveva Gianni Brera e la sua rubrica era spesso e volentieri dedicata all'evoluzione del cosiddetto gioco più bello del mondo.
Si trattava di una storia tutta particolare, in primo luogo per quel lessico italo - lombardo, che richiamava da vicino Gadda, esaltando la corposità delle res, delle cose più umili della vita quotidiana; in secondo luogo, per il largo spazio concesso a quella che tranquillamente possiamo definire storia etnico - sociale del pallone. Nel senso che non soltanto situava le vicende calcistiche nel loro contesto temporale, ma spesso e volentieri metteva a confronto le culture di appartenenza delle varie scuole (quella latina contro quella anglosassone, ad esempio), traendone conclusioni ed osservazioni interessantissime quanto polemiche.
Chi abbia la fortuna di sfogliare, invece, le pagine che Giancarlo Battilana dedica al medesimo argomento, troverà una impostazione della materia completamente diversa ma non - occorre dirlo subito - meno affascinante.
Battilana, che alla sua corposa e documentata fatica ha premesso una breve nota introduttiva in cui manifesta apertamente l'amore per un gioco davvero affascinante, ha voluto portare avanti storia ed evoluzione tattica in maniera del tutto parallela. Le partite, in altri termini, se possiamo usare un linguaggio musicale in materia sportiva, fungono da controcanto alle vicende tecniche, dando origine ad una sorta di contrappunto denso ed articolato, attraverso il quale il gioco più bello del mondo si rivela per quello che è. Vale a dire un confronto agonistico in cui la genialità e la potenza fisica dei singoli si fondono in maniera determinante con le mosse predisposte sullo scacchiere tattico.
Manca, a dire il vero, in Battilana, la componente socio - politica che fa da sfondo al grande gioco, ma la passione, la serietà, la conoscenza tecnica sono tali da sopperire abbondantemente a questa carenza. Basta leggere, per farsene un'idea, le appassionanti vicende dei due campionati del mondo - quello del '34 e quello del '38 - vinti dagli azzurri attraverso una serie incredibili di vicissitudini e di difficoltà, per comprendere come l'autore partecipi, per così dire in toto, a quanto racconta.
Il campionato del 1934, disputato a Roma, sotto gli occhi di Mussolini e dei gerarchi del regime, fu il trionfo di un grande centrocampo, che Vittorio Pozzo costruì intorno a Meazza, Ferrari e Monti e che aveva come aculei sempre pronti a colpire uomini del valore di Mumo Orsi, una della ali mancine più ficcanti mai apparse sui campi di gioco italiano.
Quattro anni dopo, in una Francia fieramente avversa ai giocatori che, come ci illustrano i film - luce del tempo, prima della partita salutavano romanamente, l'impresa venne ripetuta, soprattutto grazie agli intramontabili Meazza e Ferrari, a cui il vivaio nostrano aveva aggiunto il vercellese Piola e le ali Colaussi e Biavati con il suo celebre «passo doppio». In quell'occasione, a venir umiliato fu l'orgoglio brasiliano. L'Italia, tutta chiusa in difesa, secondo l'antico ma sempre valido precetto del «primo non prenderle», resse il calcio ballato sudamericano per tutto il primo tempo. Sino a quando, in due micidiali contropiede, trafisse l'avversario due volte, rispedendolo seduta stante alla volta di S. Paolo e Rio de Janerio.
Giancarlo Battilana, Storia integrata del calcio e dell'evoluzione del calcio da inizio '800 ad oggi, KC edizioni, Genova 2004, pag. 293, euro 10.00.