La storia d’amore più bella? Un tarocco

Herman e Roma Rosenblat avevano commosso tutti con la loro passione sopravvissuta all'Olocausto. Ma era tutto inventato

Milano - Made in Italy sempre più a rischio: ci imitano e ci battono persino nella nostra specialità migliore, il tarocco strappalacrime. Quello che Herman Rosenblat, diabolico vecchietto di 79 anni, è riuscito ad architettare negli ultimi tempi oscura e umilia le più grandi prestazioni dei nostri Alberti Sordi nazionali. Nel suo pacco, una storia che va raccontata con calma e con ordine, partendo proprio dall’inizio, ormai tanti e tanti anni fa.

Seconda guerra mondiale, campo di concentramento, Buchenwald. Lui, Herman, all’epoca è un ragazzino sui quindici anni, prigioniero. Un giorno, dall’altra parte della recinzione, dove sopravvivono le donne, si manifesta una bambina di nove anni. Tra i due nasce una spontanea intesa, fondata sul candore e sull’innocenza, nei tempi cupi e tetri delle persecuzioni razziali. Lei è talmente nobile d’animo, così generosa, da gettare al ragazzo persino una mela, in un’epoca e in un luogo dove la mela vale più di un diadema. Herman è commosso. È toccato nel profondo dell’animo. Nasce spontaneamente un sentimento purissimo e altissimo, più delle acque di Messner, qualcosa che non dimenticherà mai, vivesse pure cent’anni...

Balzo in avanti di qualche tempo. Nel 1957, il giovane Herman vive a New York. Un giorno, a Coney Island, dove sbarcano gli immigrati, incrocia tra mille sguardi proprio quello sguardo, l’unico sguardo che non dimenticherebbe mai, campasse pure cent’anni. Lei adesso è una giovane donna, ma il suo aspetto e quei suoi occhi restano gli stessi di allora. Herman le si fa incontro, la ragazza ha un attimo di sorpresa, poi immediatamente realizza. L’incantesimo del campo di concentramento, dell’Olocausto scampato, di quella mela lanciata oltre il filo spinato, improvvisamente si rinnova, come il tempo non fosse mai trascorso. Finalmente Herman può conoscere il nome di quella presenza angelica: si chiama Roma, Roma Radzicki, origini polacche. Si guardano fissi negli occhi, si stringono forte, si abbracciano tra le lacrime. Una carrambata con i controfiocchi, diremmo noi. Come nei più bei romanzi, come nelle storie più incredibili, esplode l’amore ed esplode pure un immediato matrimonio. È un fiore sbocciato tra le macerie e la depravazione del genere umano, più forte della ferocia e della barbarie naziste. È il più grande lieto fine che qualunque fantasia umana possa immaginare...
Non a caso, tanti anni dopo, cioè nei mesi scorsi, la conduttrice americana Oprah Winfrey, popolare Bruna Vespa degli States, non esita a definire questa vicenda «la più grande storia d’amore che abbia mai incontrato nella mia carriera». Nel suo salotto televisivo, come in tanti altri dei vari network americani, Herman e Roma presentano con ciglio umido e sorrisi innamorati il libro che li racconta, ormai prossimo alla pubblicazione. Data prevista, il 3 febbraio. La loro incredibile esperienza di vita si intitola «Angels at the fence», per noi «Angeli del filo spinato».

Un racconto destinato a diventare best-seller e libro dell'anno. La casa editrice, la potentissima «Penguin», scatena la macchina da guerra promozionale per preparare l’evento. Già previsto persino il conseguente film, produttore Atlantic Overseas Pictures, budget 25 milioni di dollari, primo ciak in primavera. Gli industriali del libro e della pellicola non hanno dubbi: questa storia vera è più bella di qualsiasi storia inventata. Uomini e donne di tutto il mondo piangeranno come vitelli, per il lancio di quella mela, oltre il filo spinato e oltre l’atrocità dei forni crematori. Forse, se la storia di Herman e Roma ha un limite, è che sembra davvero troppo bella per essere vera. Ma si sa com’è: la realtà, molto spesso, sa spingersi ben oltre l’immaginazione.

Questa volta alla realtà basta una telefonata. A sollevare la cornetta è il signor Ben Helfgott, ebreo-inglese, dopo aver letto sui giornali la commovente parabola di Buchenwald. Si dà il caso che anche lui là ci fosse. E che con racconti circostanziati riesca facilmente a dimostrare come l’amico e compagno di camerata Herman non avesse mai ricevuto alcuna mela, né dall’altra parte del reticolato, né da qualunque altra parte. Quanto alla bambina e all’incontro commovente, anche questo: mai successo. Bello, riconosce: ma «una pura invenzione».

Colpo di scena. Ha tutte le sembianze di un perfetto tarocco strappalacrime dei nostri, uno di quelli prontamente smantellati senza pietà da «Striscia la notizia». In questo caso, c’è il tocco di classe che persino il più spudorato di noi avrebbe qualche pudore a sfoderare: oltre alla classica base di stampo intimistico-sentimentale, all’immancabile mozione degli affetti, c’è l’aggiunta irresistibile di questo sfondo terribile, il campo di concentramento. Niente meno. Messo alle strette, il diabolico Herman, principe degli imbonitori, gran signore dei figli di buona donna, così si giustifica: «Sono un reduce di Buchenwald, il resto è tutto inventato. Volevo soltanto portare un po’ di felicità alla gente. Ho dato speranza a un sacco di persone. Ho cercato di fare del bene in questo mondo».

Mentre la sua nobile missione subisce l’imprevisto contraccolpo, tutti quelli che ci stavano costruendo sopra un romantico affare stanno correndo affannosamente ai ripari. Per il momento, la casa editrice ha sospeso la pubblicazione del libro. Quanto al film, invece, il discorso è tutto diverso. Il business va salvato, a qualunque costo. Il film è come il maiale: non si butta niente. Spiega il produttore: «È già in corso un adattamento della trama. Ne faremo un film di fantasia». Herman e Roma, il campo di concentramento, la mela, il filo spinato: piccolo cambio di programma. Dalla storia vera alla storia inventata. Dalla realtà alla fiction. Tutto sommato, non sarà poi un’operazione così scandalosa. Il pubblico è già assuefatto all’intercambiabilità dei due generi. Intontito com’è, non farà una piega.