La storia dell’ex comunista diventato ebreo in sette giorni

Il regista tedesco Dani Levy: «In Zucker! ho usato l’umorismo yiddish per raccontare di due fratelli costretti a riconciliarsi per ricevere un’eredità»

Michele Anselmi

da Roma

L’anziana madre ebrea, letta la sceneggiatura, lo freddò così: «Non farlo, sarà un flop». Invece Dani Levy, 48 anni, da Basilea, un passato da clown, chitarrista rock e teatrante alternativo, ha tenuto duro. Risultato: un caso commerciale e culturale senza precedenti. Commerciale perché, solo in Germania, Zucker! Come diventare ebreo in 7 giorni ha incassato 10 milioni di euro; culturale perché non capita tutti i giorni di vedere una commedia tedesca all’insegna del più schietto umorismo ebraico.
Acquistato per l'Italia dalla LadyFilm, Zucker! esce domani in una ventina di copie e chissà che non si ripeta il miracolo di Good-bye Lenin, altra commedia teutonica baciata dal successo. Dice il regista, che anche fisicamente ricorda Woody Allen: «La mia più grande paura era che gli ebrei intravedessero spunti antisemiti nella rappresentazione umoristica della quotidianità ebraica». Non è andata così, almeno in patria, fors’anche per merito di Paul Spiegel, presidente della Comunità ebraica tedesca, il quale sin dall’inizio sostenne il progetto finanziato dalla Wrd Television.
Qualche problema, invece, è sorto in Israele, dove il film, pur piacendo, ha sollevato perplessità negli ambienti più ortodossi. «Temevano che una storia del genere potesse facilitare nuove forme di antisemitismo in Germania. Addirittura un ragazzo mi ha accusato in pubblico di fare della propaganda alla Goebbels. Poi però ci siamo spiegati» sdrammatizza il regista. Intriso di comicità yiddish dalla testa ai piedi, Levy ricorda le virtù terapeutiche delle battute e delle barzellette, «specie quando permettono di sbriciolare qualche tabù, di superare antichi steccati e pregiudizi».
Qui, non a caso, si tocca uno dei temi centrali dell’umorismo ebraico: la famiglia. Con un di più squisitamente tedesco, giacché la vicenda, è sempre Levy a parlare, «riguarda due parti di una stessa famiglia, in lotta tra loro, separate un tempo dalla costruzione del Muro e oggi costrette a misurarsi in una Berlino moderna». Ecco allora, tra gustosi riferimenti allo shabbat, allo shivà e alla cucina kosher, la storia di Jakob Zuckermann (Henry Hubchen) e di suo fratello Samuel: l'uno, ex comunista dell’Est e già famoso telecronista sportivo, ridotto a vivacchiare nelle sale di biliardo, in attesa di finire in galera per debiti; il secondo, fuggito per tempo all’Ovest, imprenditore di un certo nome (così almeno pare) ed ebreo rispettoso delle tradizioni.
Due mondi apparentemente inconciliabili; invece la morte dell’anziana madre, condita dalla promessa di un’ingente eredità, li spinge a riconciliarsi obtorto collo, con effetti esilaranti. Soprattutto allorché Jacob, alle prese con un cuore ballerino e una decisiva partita di biliardo, dovrà fingersi ebreo devotissimo.
Precisa il regista: «C’è chi mi ha accusato di raccontare una famiglia “disfunzionale”, piena di estremi: una figlia lesbica, un figlio sessualmente bloccato, un altro bigotto, eccetera. Ma credo che stia proprio qui la forza dell’umorismo ebraico. Solo partendo da episodi dolorosi o sgradevoli si può sorridere della nostra condizione umana». Non manca un complimento a La vita è bella: «Comunque si giudichi quel film, Benigni ha varcato una frontiera considerata invalicabile. Chi avrebbe mai pensato, prima di lui, di mostrare un lager nazista facendoci ridere e piangere insieme?».