La storia «divertente» di aviatori e donne? Era tutta sesso e alcol

Il primo romanzo di William Faulkner tradotto in italiano ebbe come titolo Oggi si vola (Pylon, Pilone, era quello originale, a indicare il segnale nel campo d’aviazione intorno al quale gli aerei viravano). Era il 1936, Faulkner era da poco divenuto famoso e gli intellettuali italiani che guardavano all’America, Emilio Cecchi in primis, stravedevano per lui e non volevano lasciarselo sfuggire. C’era però un piccolo, grande ma, a condizionarne le scelte... Era successo che nel 1931, dopo un po’ di rifiuti e/o di fiaschi editoriali, l’ancor giovane William aveva deciso di scrivere un pot-boiler, un libro per fare soldi: si chiamava Sanctuary e raccontava di un killer negro psicopatico, una studentessa bianca violentata, un distillatore clandestino di whisky accusato ingiustamente di omicidio, un avvocato-detective in crisi con la moglie... Un giallo, insomma, ma alla Faulkner e quindi pieno di sensi di colpa, espiazione e desolazione, miseria morale, reminiscenze classiche, simbolismi. Lo stupratore era impotente, una pannocchia di granturco faceva le veci del suo membro maschile, era un pullulare di tarati fisici mentali e di falliti esistenziali... «La materia è atroce e ce lo bocceranno» riassunse Cecchi alla Mondadori che avrebbe dovuto comprare i diritti, ma vedersela prima con la censura. Fu facile profeta.
Intanto Faulkner, galvanizzato dal successo, aveva scritto Light in August (1932, Luce d’agosto) e, appunto, Pylon (1935) e a questo punto la Mondadori decise di rischiare, partendo proprio dal più recente. «Libro originale e divertente» diceva il «parere di lettura», «non presenta pericoli come il Santuario, tutt’al più si potrà fare qualche breve taglio a qualche eccezionale “bevuta” dei protagonisti». L’unico vero scoglio, semmai, era «il linguaggio americano difficilissimo e pieno di gergo»...
In realtà, Pylon era per niente divertente e tutto tragico e liberato dall’incubo di fare soldi, Faulkner aveva stilizzato al massimo grado quella «materia atroce» di cui Santuario era piena, rendendola più moderna nella prosa e nei suoi protagonisti, ma non per questo meno disperata. La stessa donna nemmeno contesa, ma giocata ai dadi fra due uomini, il figlio di lei di cui si ignorava chi di quei due fosse il padre, la passività femminile come pura sessualità capace di scatenare gli istinti più animaleschi, il «pilone» dei campi d’atterraggio come simbolo fallico che rimandava a un vero e proprio tentato stupro, della donna sull’uomo però, in volo, l’intreccio fra il mondo delle macchine, la meccanica e i piloti come semplice carne da esibizione e quindi da macello, la stampa in cerca sempre del titolo a effetto e mai di che cosa dietro quel titolo ci potesse essere... Erano temi che Faulkner conosceva bene: era stato pilota anche lui, durante la Prima guerra mondiale, nell’aviazione militare canadese (quella americana l’aveva respinto perché troppo basso...), aveva fatto il cronista, aveva l’ossessione delle donne, era un forte bevitore...
Il titolo Oggi si vola era, pur se infedele, pertinente, nella logica cioè di una «scheda di lettura» che contemplava l’aggettivo «divertente» e non si accorgeva che il «campo d’aviazione» era una metafora della vita e il cuore del romanzo il contrasto fra la civiltà delle macchine e gli istinti primordiali, il sesso in primis, e poi la lotta per la sopravvivenza, il potere della ricchezza, il soccombere dei più deboli. Rimandava quel titolo alla mistica del volo, alle prime acrobazie aeree di quando, allora, appunto, l’aviazione era la cavalleria dell’aria: eroismo ed eleganza... E la traduzione di Lorenzo Gigli a tutto questo andava dietro, qui e là semplificando e/o tagliando, spesso edulcorando, qualche volta semplicemente travisando.
Eppure, a me giovane lettore di Oggi si vola negli anni Sessanta, ciò che si imponeva era proprio tutto quello che sotto quel titolo invogliante e quella storia all’apparenza esemplare di ardimento e di morte (gare acrobatiche, lanci con il paracadute, fanciulle contese, risse e sbronze, incidenti aerei) era dentro al testo, come se, prigioniero, lo percorresse sotterraneo e qui e là emergesse per un momento per poi di nuovo scomparire: un carico di violenza, di passione e di odio, un susseguirsi di fallimenti e di falliti, proletari dell’aria, più che arditi cavalieri, persino una riflessione amara sul lavoro del giornalista, nonché quello straordinario impasto fra la verità dello stile dialogato e la classicità, a suo modo frammentata, di quello descrittivo e speculativo che rende la prosa di Faulkner così unica.
Adesso che, a settanta e passa anni di distanza, Pylon torna con una nuova traduzione che rimette al posto d’onore il titolo originale (Pilone, 285 pagine, 19 euro), bisogna dare atto all’americanista Mario Materassi di aver fatto un lavoro eccezionale: ha smerigliato il linguaggio faulkneriano sino a farlo brillare per lucentezza e modernità, ha riportato in superficie tutto quello che per incuria, moralismo, volontà esemplificativa, era stato lasciato cadere, ha con pazienza lavorato dietro al significato di ogni singolo aggettivo e sostantivo, di ogni particolare costruzione di frase per rendere al meglio ciò che l’autore voleva dire. Il risultato è stupefacente, nel senso che è lo stesso romanzo e insieme un altro romanzo, il suo fratello maggiore per niente più vecchio ma più maturo, straordinariamente al passo con i tempi a dispetto di una storia così tipicamente datata.
Torniamo da dove siamo partiti. La sfida di Pilone era per il Faulkner narratore più ardua rispetto ai romanzi che lo avevano preceduto. Faceva a meno della contea immaginaria di Yokknapatawph, non c’erano sudori e afrori dei campi, incesti e aborti, nature paniche, il Vecchio Testamento sopravvissuto nel Nuovo mondo. Costruiva al loro posto un romanzo a più strati: reportage sul mondo del volo e su quello della carta stampata, riflessione sulla vertigine che dà l’ignoto, si chiami pericolo, alcol, sesso, considerazioni sulla natura umana, passiva e vittoriosa, attiva eppure vinta. Su tutto, una cupa dignità di sconfitti, ciascuno con un proprio contorto codice dell’onore, incomprensibile all’esterno e tuttavia internamente coerente. E Lagarde, la donna di tutti e di nessuno, si staglia in Pilone come il monumento dell’insondabilità femminile, del sesso debole che fa però girare il mondo con il solo suo esserci.