Storia di Gianfranco, il monarca assoluto che critica "Re Silvio"

Per vent’anni capo di un partito di cui ha cambiato la linea a piacimento, senza consultare nessuno. In 15 anni ha convocato tre congressi: fondazione, scioglimento e uno per chiacchierare

Che proprio Gianfranco Fini accusi il Berlusca di atteggiarsi a monarca assoluto - lo dice nell’ultimo capolavoro di Bruno Vespa - fa pensare all’elefante che dà del nasone al cane bassotto.
Il Cav ha tanti difetti ma che sia un tipo ridente e alla mano, non ci piove. Gianfranco è invece il classico surgelato di Palazzo. Se sta fermo è inamidato. Se cammina, incede. Se parla, pontifica. È il Max D’Alema del Pdl. Hanno ghigni gemelli e portano entrambi la testa come un ostensorio.
Da un ventennio, Fini guida la sua tribù. La più chilometrica satrapia repubblicana. In genere, con gli anni si rassodano le amicizie tra capo e gregari. Con Gianfranco è accaduto l’opposto. Gli amici di gioventù, Storace, Buontempo, Gasparri, ecc. si sono allontanati. I primi due si sono addirittura messi in proprio. Automonumentandosi, Fini ha creato il gelo attorno a sé.
Se c’è un sovrano assoluto, quello è lui. Ha cambiato la linea del partito seguendo i suoi impulsi e perseguendo i propri interessi. Gli altri hanno preso atto o mugugnato, ma a cose fatte. In 15 anni da presidente di An ha convocato tre congressi. Il primo a Fiuggi per sciogliere il Msi e fondare An. L’ultimo per sciogliere An e confluire nel Pdl. Uno in mezzo per contentino, tanto per farsi una chiacchierata tutti insieme. Una spolverata di democrazia interna, come un velo di prosciutto tra due fette di pane. Ha fatto meglio Breznev.
Cosa c’è di più imperiale che cambiare l’ideologia del gruppo con dichiarazioni improvvise e proclamazioni scaturite dal nulla come Venere dalla testa di Giove? È questo il finismo. Altro che il predellino del Cav in quel di San Babila. Gianfranco ha predellinato dieci, cento, mille volte.
Nel 1994, quando già nel Msi i saluti romani erano in calo, Gianfranco dichiarò «Il fascismo è idealmente vivo» e a stretto giro aggiunse: «Mussolini è stato il più grande statista del secolo». Un anno dopo cambiava rotta e a Fiuggi disse: «L’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno ai valori democratici che il fascismo aveva conculcato». In sei mesi, era passato dal duce a Gramsci, il marxista che An colloca tra i propri ispiratori. Fin qui, i maggiorenti furono in gran parte d’accordo dovendo sopravvivere al mutamento dei tempi. Poi Fini prese la rincorsa e nel 2003 in Israele proclamò: «Il fascismo è il male assoluto». Nessuno dei suoi lo sapeva e molti si arrabbiarono. Alessandra Mussolini, impermalita che si paragonasse il nonno a Belzebù, uscì dal partito. Storace, che conosce Fini come le sue tasche, si imbufalì: «Così rinfocoli gli odi e dai ragione a chi giustifica le foibe con la scusa della violenza fascista». Gianfranco fece spallucce e proseguì per la sua strada che, se tutto va bene, potrebbe un giorno portarlo sul Colle. Oggi è un antifascista a prova di bomba molto più affidabile dei tanti che nel Pd, messi alla scelta, preferiscono Mussolini al mostro di Arcore.
Dieci anni fa, Fini avrebbe infilzato i gay col forcone. Neanche voleva che insegnassero nelle scuole. Oggi li vede benissimo nell’esercito, in palestra e per ogni dove. Se ancora non li ammette al matrimonio - ci arriverà, questione di mesi - vuole però equipararli alle coppie di fatto eterosessuali nei rapporti di famiglia.
Il suo è un continuo di aperture alla società del Duemila in linea con l’ariosa mentalità occidentale. Gli immigrati, ancora negli anni Novanta, erano per lui un pugno in un occhio. Ricordate i manifesti che inalberavano le impronte digitali e la scritta: «L’orgoglio di essere italiani»? Acqua passata anche questa. Oggi è per il voto degli stranieri alle amministrative, per la cittadinanza breve degli adulti e per quella immediata dei nuovi nati nel Belpaese. Fa tutto da sé. Di quale sia l’atteggiamento prevalente nel suo ex partito se ne infischia. Idem, per come la pensino gli alleati berlusconiani, leghisti e ammennicoli vari. La loro opinione è stata comunque espressa da Bossi con l’immortale: «Chel lì è matt».
Ogni tanto però, quando gli sembra di avere tirato troppo la corda, Gianfranco la allenta. Così, due anni fa, ha partecipato al Family day per riaffermare le ragioni dei banalmente sposati e sfilò impalato con quel bacchettone di Giovanardi. Ma, ahimè, fu un capolavoro di intempestività. Due mesi dopo, Fini si separò dalla moglie, Daniela Di Sotto, ed emerse la sua sconosciuta compagna, Elisabetta Tulliani, che gli regalò una femminuccia. Staino lo prese per i fondelli con una vignetta in cui uno chiedeva: «Dove si sono conosciuti Fini e la sua fidanzata?». Risposta del compare: «Al Family day». A proposito di Giovanardi, è con lui che Gianfranco ha firmato una legge antidroga del 2006. Il provvedimento stabilisce, ai fini della pena, la severa equiparazione tra droghe leggere e pesanti. Oggi, Fini ha di nuovo cambiato idea e chiede di venire incontro a chi si impasticca.
Come ogni sovrano assoluto, Fini ha il culto di se stesso. Nel 2005 sciolse le correnti interne per regnare incontrastato. Contemporaneamente, decise di cancellare dal simbolo di An la celebre fiamma - che stava per fedeltà alla tradizione - e sostituirla intanto col suo nome, in attesa di avere tra le mani una foto ben riuscita e metterci il suo faccino. La fusione col Pdl ha mandato a monte il progetto.
All’inizio, Fini era contrario alla confluenza. Gli aveva dato ai nervi che il Cav l’avesse annunciata senza avvertirlo - come peraltro fa lui in tutto - nella esternazione del predellino. «Non mi piacciono le decisione unilaterali», tuonò. Poi, in vista delle elezioni 2008, cambiò idea e accelerò l’ingresso di An nel Pdl. Decisione quanto mai saggia. La fusione gli ha infatti evitato di partecipare al voto col suo simbolo. Se fosse andato alla conta, è probabile che finiva di peste. Tra le conseguenze dei suoi continui cambiamenti ideologici, c’è la profonda delusione - garbato eufemismo - dell’elettorato ex missino. A riconoscersi in Fini, almeno a destra, sono ormai quattro gatti rinserrati nella ridotta del Secolo d’Italia al comando dell’intrepida, Flavia Perina, detta la giapponese.
Ho già ricordato che le giravolte finiane hanno scavato un solco tra il satrapo e la truppa. Molto è dovuto al tono da pizia sprezzante di Gianfranco. Nel 2005, un cronista del Tempo origliò un dialogo tra Ignazio La Russa, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri, all’epoca (governo Berlusconi ter) capogruppo dei deputati An il primo, ministri gli altri due. La Russa diceva di Fini: «È malato. Non vedete com’è dimagrito, gli tremano le mani. Sul partito unico col Cav non possiamo fargli fare la trattativa. Non è capace». Replica Matteoli: «La vera questione è capire chi è Fini oggi. Dobbiamo andare da lui e dirgli: svegliati! Se serve prendiamolo a schiaffi, ma scuotiamolo». A cosa si riferissero non si sa. Certo era un periodo difficile per il capo. Covava idee come un vulcano lapilli, gli si attribuiva un flirt con una ministra di Fi, erano già in atto i prodromi della separazione. Fatto sta che letto il resoconto del Tempo, Gianfranco serrò le mascelle e quando il trio gli telefonò per smentire l’articolo, sibilò a denti stretti (obbligatorio con le mascelle in quel modo): «La prossima settimana vi farò sapere le mie decisioni». Poi sussurrò a chi gli era vicino: «Per coerenza dovrebbero dimettersi». Duro, pugnace, temibile e sostanzialmente antipatico. Un dc di vecchia scuola avrebbe fatto finta di nulla e con un sovrappiù di voce flautata.
In febbraio col medesimo Gasparri, che è di lingua lunga, ha fatto di peggio. Maurizio, seccato perché il Quirinale aveva rifiutato la firma al decreto del governo che ordinava la nutrizione di Eluana Englaro, disse retorico: «Quando si farà la storia peseranno le firme messe o non messe. Questa è eutanasia». Fini, presidente della Camera, andò sulle furie, come sempre quando gli toccano Napolitano. Sibilò: «Gasparri è un irresponsabile e dovrebbe imparare a tacere». Più che una replica repubblicana, una minaccia da padreterno. È quel che Fini pensa di sé.