La storia infinita di Fini, il maestro di dialettica mai stato numero due

Gianfranco è il politico più "longevo" dopo Pannella Dall’Msi al Corano a scuola, cambia pelle e resta in sella

Un mistero. Un luminoso e sorprendente mistero di nome Gianfranco, ieri come oggi. Anno scolastico 1966-1967. La pagella è di quelle che potrebbero distruggere una carriera scolastica (e una vita): «Lingua italiana: 5. Lingua latina: 5. Lingua greca: 4. Francese: 4». Classe V Ginnasiale, sezione E, liceo ginnasio statale «Luigi Calvani», Bologna. Lo studente si chiama, per l’appunto, Gianfranco. Deve riparare quattro materie, agli esami di settembre non si presenta: «Assente ingiustificato», scrivono sul registro. Bocciato. Solo un anno dopo, stesso studente, ma totalmente trasfigurato. Istituto «Laura Bassi», scuole magistrali, anno 1968-1969: fin dal primo trimestre, Gianfranco prende tutti sette e otto. Ancora oggi nel cedolino si legge questa annotazione per le tasse scolastiche: «Esonero totale per merito».

Gianfranco è Gianfranco Fini, nei tempi in cui non era ancora leader. E basterebbero queste schegge del suo romanzo di formazione tra Bologna e Roma, fra gli anni della dolcevita sulla riviera romagnola e quelli di piombo nella Capitale, per capire che fin da allora il futuro presidente di An era capace di cadute e resurrezioni, di cambi di marcia imprevedibili. Famiglia normalissima. Il padre alla pompa di benzina, la madre Erminia «emiliana a sangue freddo», secondo il ricordo del figlio. Anche lui spavaldo, coraggioso, controllato. Famiglia normale: vacanze a Rivabella, la prima settimana bianca a Bedollo di Pinè, in Trentino. Altro aneddoto: non ha mai messo piede sugli sci, ma parte. L’amico d’infanzia Davide Tassinari ricorda la scena col noleggiatore: «Lei è esperto?». E Gianfanco, senza batter ciglio: «Espertissimo». Riesce miracolosamente a partire. Perde uno sci, che precipita a valle: «Come se nulla fosse si ricompose - raccontò Tassinari - ed ebbe da ridere con lo stesso noleggiatore sulla qualità degli sci». Fini prima di Fini: sangue freddo, volontà granitica che rasenta la testardaggine, le qualità del capo.
Se provi a misurare questa biografia sterminata, alla luce del congresso più delicato nella storia del presidente della Camera, capisci. Che nessuno - men che meno «i finiani» - è in grado di capire dove stia andando oggi. Corre da futuro presidente? Conta di succedere a Berlusconi? Pensa ad un Kadima italiano? Potrebbe coprire tutti questi ruoli. Da anni il leader più «antico» della politica italiana è un enigma, una sfinge. È il più longevo, se si esclude Marco Pannella. Gestisce giunte, esistenze, carriere: «Ho compiuto anche io il mio ventennio», disse faceto a Pietrangelo Buttafuoco.

In questa biografia c’è tutto. Il giovane militante del Fronte della gioventù che Teodoro Buontempo ricorda con una elegante ventiquattrore (sempre vuota). Gli altri impazziscono per le tute mimetiche e Odino, lui gira con l’impermeabile bianco stile ispettore Sheridan, compila i giornalini del Fronte firmando con tre pseudonimi, o «Gianfri». Buontempo, suo mentore nella storica sede di via Sommacampagna: «Era una bella penna, la migliore». Di certo non gli piace menar le mani, da estetica squadrista. Lui ricorderà, anni dopo: «Le ho date e le ho prese, non c’è niente da ricordare di cose che non sono motivi di soddisfazione. Siamo stati soggetti di un momento che l’Italia non deve vivere più». Diceva queste cose già nel 1994, non ha mai smesso, e ha avuto coraggio. L’ho visto presentare il libro di Giampaolo Mattei (scampato al rogo di Primavalle) senza batter ciglio, dopo anni che Giampaolo gli dava del «traditore». Con lo stesso impermeabile si ritrovò ad Acca Larenzia, l’8 gennaio del 1978, il giorno della strage, quando un lacrimogeno lo ferì al ginocchio.

Era tentato di lasciare la politica, arrivò quinto nelle elezioni per la segreteria nazionale del Fronte, si ritrovò leader per imposizione regale di Giorgio Almirante. In meno di un anno, diventa capo a tutto tondo: e quindi segretario. Dopo un’altra sconfitta rovinosa che avrebbe stramazzato chiunque (battuto da Rauti), si mostrò l’unico leader capace di tornare in sella della Seconda repubblica. C’è il Fini della destra radicale, che fa il saluto romano, e che per un paio d’anni civetta con Le Pen (al punto di regalargli il diritto di usare la fiamma). Ma anche il Fini che si reinventa leader del nuovo giocando di sponda con il piccone di Cossiga, ai tempi del sodalizio inscindibile con Francesco Storace. L’ex segretario della sezione Prenestina del Msi, Gigi D’Addio, rievocando il tempo dei Cuori neri, mi ha regalato un aneddoto incredibile, datato 1975. Fini fa parte della corrente sociale e radicale del partito «Lotta Popolare».

Dopo i funerali di uno dei ragazzi uccisi, Mario Zicchieri, l’ala più calda del gruppo, guidata dal professor Paolo Signorelli, viene espulsa. E i suoi componenti individuati tutti in base a una foto di gruppo, che ritrae i ragazzi prima degli scontri con la fascia di «Lp» al braccio. D’Addio mi guardò sgranando gli occhi: «Non ci crederai. A reggere quella foto, davanti ad Almirante, era Donato La Morte. Aveva un debole per Gianfranco: con il pollice lo coprì, risparmiandogli l’espulsione». Verità, leggenda? Sul passato di Fini tutto si confonde, ma La Morte è sempre lì, al suo fianco. Di certo molti che pensavano di contare molto più di lui, non si capacitarono, vedendo la sua ascesa. Fini è stato il leader che ha detto le cose più «di destra», sulla scena italiana: ad esempio le parole - dieci anni e un secolo fa - contro i maestri omosessuali a cui «non avrebbe fatto toccare» i figli. Oppure le parole più apologetiche su Mussolini, ancora nel 1994 («Il più grande statista del secolo»). Per poi dire anche le frasi più lontane dal Ventennio: «Salò male assoluto» (frase mai pronunciata, ma veicolata) e la dichiarazione di «antifascismo» che lasciò di stucco i ragazzi di Azione Giovani. Fini è, forse, il più grande dialettico tra i dirigenti della Seconda repubblica, un animale televisivo che deve la sua fortuna anche all’intuizione di Michele Santoro. È schivo, burbero a tratti introverso, talvolta diffidente. Ma anche il politico a cui piace di più lo scherzo, il gioco, la zingarata, come quando dopo la beffa dei giovani di Ag, che gli piazzarono un finto bonzo «kazaro» (era ministro degli Esteri) sentenziò: «Siete dei gran kazzari».
Negli ultimi due anni ha costruito con arguzia un nuovo profilo: «Sono un leader repubblicano».

È diventato quello del Corano nelle scuole, del sì ai referendum sulla procreazione, della difesa di Napolitano dal suo centrodestra sul caso Englaro. Dicono che sia «incazzato» (lui direbbe così) con i colonnelli di An, troppo affascinati dalle sirene del berlusconismo. Anche da quelli che gli devono molto, come Altero Matteoli. Ma il vero nodo è che fino a ieri, il rapporto tra il capo e i colonnelli assumeva a tratti coloriture persino «sadiche», ma esiti sempre scontati. Degradò Gasparri (che pure conosce dal 1973) dalla mattina alla sera (e oggi l’interessato si distanzia da lui) per ben due volte. Destituì La Russa in un batter d’occhio, dopo le parole dal sen fuggite della Caffetteria. Gli oppositori arrivarono persino a coalizzarsi contro di lui, ma Fini era capace di far saltare tutto per aria, inventare correnti, spostare gli equilibri di An, sempre a suo favore: «Quando suono la campanella la ricreazione è finita». Ed era vero. Anche allora noi giornalisti ci chiedevamo come facesse a restare capoclasse. Adesso, che i ragazzi di An cambiano scuola, ci chiediamo come resterà in sella. Quale Fini si reinventerà domani, alla Fiera di Roma, per sfuggire all’unico destino che nella sua oscillazione tra estremi non ha mai conosciuto: quello del numero due.