La storia straordinaria di Pittsburgh diventata la migliore città d'America

Da rottame metropolitano e post industriale, in pochi anni è salita in cima a tutte le classifiche per vivibilità e innovazione

Marzio G. Mian

da Pittsburgh

Il succo della storia sta tutto in una risata, quella che nel 2009 è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che come sede del G20 era stata scelta Pittsburgh. Bella questa, dopo Pechino, Londra, Berlino gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti nell'ex capitale dell'acciaio e poi diventata simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost city, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rust Belt Provocazione per provocazione perché non scegliere Detroit allora? «Pittsburgh è una straordinaria storia americana, è la città del futuro», disse Gibbs. Ed era vero, Pittsburgh, all'insaputa dei giornalisti di Washington, stava in cima a tutte le classifiche per la vivibilità e l'innovazione, emblema dell'inizio di un nuovo corso metropolitano e post industriale. Quindi ha suscitato nuove risate l'uscita di Donald Trump quando, per giustificare l'uscita dagli accordi internazionali sul clima, ha detto che lui è stato eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh e non di Parigi. Dimostrazione che in fondo non è mai uscito dalla sua Trump Tower: a parte l'intuizione rivoluzionaria della generale nausea per il politicamente corretto, ignora i cambiamenti non solo climatici, ma del suo stesso Paese, avvengano nelle farm del Montana o nelle periferie della Pennsylvania. Un uomo ancora fermo all'idea in bianco e nero della città proletaria e degli altiforni. E ha scelto proprio l'esempio peggiore, perché Pittsburgh fa scuola nel mondo per le sue pratiche ecologiche e l'abbattimento di emissioni, primato Usa nella costruzione verde, con ben 50 edifici (compresi tre stadi) negli standard Leed, una media di 30 minuti a piedi al giorno per abitante, ventimila chilometri di ciclabili insomma uno spot per gli accordi di Parigi.

Forse Trump ha voluto usare una formula giornalistica tipo la nostra «casalinga di Voghera», ma qui l'uscita è stata presa malissimo, perché il brand della nuova «Pitts» vale molti miliardi. «Oh povera Pittsburgh, guarda com'è ridotta». Il sindaco italoamericano e democratico Bill Perduto, con il cappellino dei Penguins, la squadra di hockey, fa il verso al presidente. «Sta parlando degli anni Ottanta, quando le acciaierie chiudevano e le famiglie non avevano i soldi per il latte. Qui ora il 60 per cento della popolazione è fatta di nuovi arrivati, attratti da una città leader nella tecnologia e della bio-medicina, dove Uber testa le auto senza pilota nell'ultima acciaieria chiusa nel 1999, un nuovo settore da tre miliardi di dollari per i prossimi cinque anni. Qui Google ha il suo centro strategico. Siamo il numero uno nei trapianti di organi».

Gli abitanti crescono del 12 per cento l'anno, ora sono 305 mila. È ancora chiamata la Steel City, resta la sede del sindacato metalmeccanico, la United Steelworkers Union, così come della sua controparte, la UsSteel corporation, e va da sé che la gloriosa squadra di football è tutt'ora quella degli Steelers, ma l'acciaio ormai c'entra poco con Pitts, come la Ruhr con il carbone, roba dell'altro secolo. «Qui non si vedeva niente, i lampioni accesi anche di giorno, il fumo degli altiforni offuscava tutto e puzzava di uova marce, i fiumi erano neri e putridi», dice Tony Buba, ex operaio, figlio di minatori diventato leggendario documentarista delle rovine sociali. «Ora nei fiumi ci facciamo il bagno e peschiamo lucci grandi così».

È la città dei 35 college e università - Carnegie Mellon e University of Pittsburgh i fiori all'occhiello - delle nanotecnologie, della bioingegneria, hub ospedaliero guidato dall'Upmc, uno dei più importanti provider sanitari del mondo, che dà lavoro a 50mila persone con un giro d'affari di 5,6 miliardi di euro, punta di diamante l'Ospedale dei bambini, numero uno negli Usa e interamente ecosostenibile. Il Wall Street Journal la chiama «Roboburgh», perché sono quasi quattrocento le aziende spin-off nate nella robotica, tutti fondi privati. Ben 1.600 le imprese di information comunication technology, con 40mila posti di lavoro: la rivista Wired ha piazzato Pitts nella top 10 delle città ad alta tecnologia nel mondo. Vi sono dodici società italiane, tra cui Agip, Ansaldo, Danieli, Marcegaglia.

Come è accaduto? «Vent'anni fa, mentre la siderurgia spariva provocando un disastro sociale, il grande capitale, le famiglie dei Carnegie, dei Frick, dei Mellon, degli Heinz (quelli del ketch up) non sono scappate con il bottino», racconta il sindaco, «ma hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che fanno man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato».

Anche Paul C. Wood, vicepresidente della Upmc è figlio di operai: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di farti trovare piazzato dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata puntando alla bolla del momento, ma per la prossima generazione. Non si spera nell'aiuto statale». L'allusione è a Detroit, stessa storia, finale diverso. La motortown del Michigan ha perso centomila abitanti in vent'anni, città in bancarotta, centro storico assediato dagli homeless. I capitali privati investiti nella regione di Pittsburgh sono stati il doppio di quelli spesi nell'intero Michigan. L'associazione del settore tecnologico a Pitts conta 1.400 soci, contro i 500 del club degli industriali delle auto a Detroit. «Inutile perdere tempo a cercare di salvare ciò che è perso per sempre. Quando è finita è finita. Si cambia strada», dice Barry Macak della Duquesne University. A Pitts il costo della vita e delle case non sono drogati, il prezzo degli immobili sale, il boom della riconversione dell'edilizia industriale vale quattro miliardi di euro, la disoccupazione è ferma al 5 per cento. Tre anni fa Newsweek l'ha definita «il miglior posto in America per le famiglie di giovani professionisti»: solo nel 2016 sono arrivati seimila under 30 laureati a ripopolare gli 89 quartieri sparsi sulle colline e lungo i tre fiumi di Pitts, la città che doveva morire e che si gode il suo Rinascimento.