La storia (vera) di Menocchio, un mugnaio contro il Sant’Uffizio

Era un mugnaio e quel lavoro paziente di separare la pula dal grano lo faceva molto pensare. Un po' come imparare a distinguere gli onesti dai millantatori. Lui, Domenico Scandella, da Montereale Valcellina, friulano doc, credeva molto in Dio, un po' meno nei preti e molti «dogmi» lo lasciavano perplesso. «Cervel sutil» aveva voluto cercare le «cose alte che non sapeva»: per lui il mondo era innanzitutto Caos, poi veniva Dio. Gli angeli erano stati la sua manovalanza nell'architettare il mondo. Sulla verginità della Madonna aveva dei dubbi, confortati dalla letture de «Il fioretto della Bibbia», e riteneva che Gesù fosse ovviamente figlio di Dio ma solo «perché tutti semo fioli de Dio». Della religione pensava che dovesse innanzitutto parlar chiaro come la lingua che parlano i poveri. Tutti d'accordo? Forse oggi, ma il problema del signor Domenico, che tutti chiamavano affettuosamente «Menocchio», è che correva l'anno 1583 e fu così che si beccò, per quella cosmogonia un po' naif, la sua prima denuncia, ovviamente anonima, al Sant'Uffizio. La Controriforma era ormai un aratro in movimento, pronto a estirpare fino all'ultimo stelo di «gramigna». E tutte quelle idee di Menocchio inquietavano non poco la comunità. Prendi i sacramenti: lui non li vedeva proprio di buon occhio. Il battesimo? «Un'invenzione con cui i preti cominciano a magnar le anime avanti che si nasca». Non va meglio alla cresima, bollata come «una mercanzia». L'unzione? «Il spirto non si può ungere». E via (stra)parlando, quanto bastò a lui per finire nei guai e all'inquisitore di Aquileia e Concordia per intentare un processo a suo carico. La storia di Menocchio è contenuta negli atti processuali che lo storico Andrea Dal Col ha raccolto, ed era già divenuto brogliaccio per il saggio di Carlo Ginzburg, «Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento». Poi, qualche anno fa, in un box di quelli contornati nei libri di storia, Menocchio ha colpito e affascinato Tommaso Pitta, 24enne regista, ai tempi fresco di diploma alla scuola Paolo Grassi. Pitta ha passato al setaccio quei documenti giudiziari: gli ha studiati e approfonditi fino a carpirne l’essenza profonda e, in un certo senso, scandalosa. Oggi è grazie a lui e alla collaborazione con la compagnia Baby Gang che le disavventure di Menocchio approdano sul palco. Allo Spazio Mil, da domani a domenica (www.tieffeteatro.it, 02-36592544, biglietti 15/20 euro) va in scena il suo processo in un suggestivo allestimento: Menocchio se ne sta ammanettato su una pedana a spiegare le sue tesi e a provare a gridare la sua verità, mentre una voce, fuori campo, si leva dalle spalle del pubblico per interrogarlo. Curioso che sia il protagonista sia la voce siano interpretati da Federico Bonaconza, bravo e versatile fondatore di Baby Gang. "«Del personaggio mi colpì fin dall'inizio la religiosità quasi panteista e contadina - spiega Pitta -. Menocchio è un gran gaffeur: dice quello che pensa, ma non vuole essere eversivo né eretico e non è affatto disposto a morire per le proprie idee, vorrebbe riuscire a tacere ma non ne è capace». Il pubblico ha l'impressione che la sua vicenda debba finire così, con una condanna, ma non perché ci sia un cattivo che lo vuole condannare: «semmai - chiosa Pitta - perché il potere ha le sue logiche e i suoi meccanismi e mettercisi contro ha già implicita la sconfitta». Il suo caso non fu l'unico a fascinare il mondo della cultura: nel 1763 Voltaire dedicò alla tolleranza un trattato che resta una delle sue opere fondamentali. Monsieur Arouet, con lo slogan di «Ecrasez l'infame!» prese a modello tre errori giudiziari della Francia dell'epoca dove imperversavano forti contrasti ideologici, per tradurli in un manifesto di libertà assolutamente attuale.