Storie maledette (italiane) Ecco i romanzi da serie tv

Cinque titoli trasgressivi che potrebbero piacere ai registi

La narrazione, dicono i saggi, avverrà sempre più per immagini e sempre meno con la parola scritta. Alcuni indizi. Il primo viene dalla cronaca: tra i più giovani vince Instagram, il social network fondato sulla condivisione di fotografie. Il testo è ridotto al minimo. Una scelta ben diversa da facebook, dove resiste la parola scritta. Anche le serie tv, dicono i saggi, sembrano avere ereditato dai libri la capacità di raccontare storie piene di sfaccettature che il cinema, per motivi di tempo, non può permettersi. Chi vedrebbe un film di otto ore? Ma tutti guardano una serie tv sentimentale o di avventura o di spionaggio... Potremmo andare avanti, ma ci fermiamo qui. Nelle due pagine seguenti troverete un gioco. Ci siamo divertiti a scegliere cinque libri, usciti di recente o di recente ristampati, che a nostro modesto avviso potrebbero scatenare la fantasia di registi e sceneggiatori. Libri molto diversi fra loro, tutti però di qualità, anche quelli strettamente di genere. In comune hanno un tratto di mistero o demoniaco o violento. Non sono storie, quindi, per stomaci deboli. In fondo a ogni recensione c'è la tendenza televisiva nella quale il romanzo recensito potrebbe inserirsi. Ma, in quelle stesse pagine, troverete anche un ampio reportage da Lione, dove in questo weekend si è svolto il festival Quais du polar, fra i principali eventi internazionali del giallo, poliziesco e noir (il Paese ospite quest'anno è l'Italia): un genere che, da sempre, detta legge nei romanzi come al cinema, come nelle serie tv...

Omicidi feroci in una città fuori controllo

Può un capolavoro sparire dai radar, riemergere (quasi) per caso e ancora inabissarsi? Certo che può. È successo alle Venti giornate di Torino di Giorgio De Maria. Uscito senza alcun successo nel 1977, il romanzo cade subito nel dimenticatoio. Nel 2017 però la casa editrice Norton, grazie all'occhio lungo di un collaboratore, mette le mani su questa «stranezza». Il romanzo riceve ottime critiche sui giornali statunitensi. Frassinelli prepara la ristampa. Qualche pezzullo, belle parole nei blog e Le venti giornate di Torino si avvia, nuovamente, verso l'oblio. Il romanzo potrebbe stare accanto ai pesi massimi senza alcuno scandalo. La trama è inquietante. Un investigatore dilettante decide di indagare su quanto accaduto anni prima. Per venti giorni, infatti, Torino ha vissuto strani eventi, che nessuno vuole ricordare. La città cade in preda all'insonnia. Alcuni cittadini vagano per le strade, in un'atmosfera opprimente. Voci terribili, non umane, rimbalzano dalla periferia al centro e viceversa. La gente trova conforto nella cosiddetta biblioteca. Un posto dove riporre il proprio diario in forma anonima. Gli eventuali lettori, se interessati all'identità dell'autore, possono chiederne nome e indirizzo alla biblioteca. Secondo i critici americani, questa invenzione prefigurerebbe facebook. Verso la fine delle venti giornate si verificano omicidi truculenti. La paranoia è ormai padrona di Torino. Qualcuno crede che le statue prendano vita e diventino macchine assassine. Finite le venti giornate, tutto sembra tornato a posto. Ma c'è ancora spazio per un finale raggelante degno di Dürrenmatt o perfino di Kafka.

Se questo romanzo l'avesse scritto Dan Brown, si griderebbe al miracolo e si appronterebbe subito una saga cinematografica o televisiva. Invece lo ha scritto un outsider della letteratura. Giorgio De Maria, nato a Torino nel 1924, è stato giornalista e pianista. Fondò con Italo Calvino il Cantacronache, gruppo che doveva fare da ponte tra canzone e letteratura. Lavorò anche in Rai, ma ne fu cacciato. Prima anticlericale, diventò cattolico. Nel 2009 morì in preda ai suoi fantasmi. È autore di altri tre romanzi e di un dramma teatrale. Giovanni Arduino, nella postfazione dell'edizione Frassinelli, scrive che questo è l'unico romanzo maledetto italiano. E ha ragione.

La pioggia apre le porte dell'inferno

Che succede a Napoli? Piove. Il cielo è sempre livido. Certo, di acquazzoni ce ne sono ogni anno. Ma questo sembra avere qualcosa di particolare. E infatti voci misteriose si levano dal Maschio Angioino, in realtà deserto. L'ispezione darà un risultato sconcertante. Le voci, che diventano un terribile urlo, provengono da una minuscola bambola incastrata sotto i banchi dell'opposizione. Non è l'unica in città. Una voragine inghiotte alcune automobili. Sul luogo si trova un'altra bambola maledetta. Ci sono segnali anche più strani. Le forze dell'ordine sono schierate al fine di difendersi dal mare o è un sogno dei cittadini? Il livello si alza. Le onde inseguono gli scugnizzi nel quartiere spagnolo. Qualcosa non va. La pioggia non smette di cadere in questa città che sembra in attesa di qualcosa, ma cosa? Di sicuro c'è solo l'incredibile: le monete iniziano a cantare. Una moltitudine di personaggi attende «un accadimento straordinario» che darà loro il coraggio di cambiare vita. Ma forse non arriverà mai. Forse, dopo la pioggia, sarà la volta del sole d'ottobre e tutto ricomincerà come prima.

Il romanzo Malacqua di Nicola Pugliese fu pubblicato nel 1977 per la prima volta da Einaudi, per volontà di Italo Calvino: «Questo è un libro che ha un senso e una forza e una comunicativa». Non bastò questo giudizio per salvare Malacqua dall'oblio. Per anni circolò in fotocopie tra gli ammiratori di Nicola Pugliese, giornalista al Roma di Achille Lauro. Infine fu ristampato da Pironti editore nel 2013 e nel 2017. Pugliese era nato a Milano nel 1944, ma aveva trascorso l'intera vita a Napoli e Avellino. Ha scritto anche una raccolta di racconti intitolata La nave nera. Fu l'autore stesso a opporsi alla ripubblicazione di Malacqua. Tuttavia, il romanzo tornò in libreria nel 2013, l'anno successivo alla morte dell'autore. Nel 2017 è uscito in Gran Bretagna e negli Usa, ed è stato tra i libri dell'anno. Recensione del Wall Street Journal: «Un prodotto di immaginazione lirica, caustica e fantastica di una Napoli assediata da un diluvio biblico». Dimenticate pure ogni cliché. Una guerra è in corso, ma non c'entrano i boss. È una guerra contro un Dio che ci ha abbandonati e contro noi stessi, prigionieri di un'esistenza avvilente, ma incapaci di reagire.

Sfilano i mostri nella «placida» pianura padana

Se credete che solo una notte buia e tempestosa sia lo scenario adatto a un film dell'orrore, non avete mai visto la pianura padana e la nebbia d'autunno, com'era un tempo nelle campagne: impenetrabile.

Se c'è un maestro nel raccontare il lato gotico di queste zone è il regista Pupi Avati che l'ha fatto al cinema e anche in letteratura. Ad esempio nel recente Il signor diavolo (Guanda, pagg. 202, euro 16). Un ispettore del ministero di Grazia e giustizia viene inviato da Roma a Venezia dove è in corso un procedimento che, toccando anche la Chiesa, potrebbe causare problemi politici alla Democrazia cristiana. La missione consisterebbe nel trovare qualche errore nell'indagine tale da rimuovere l'attuale inquirente, uomo di sinistra. Ma l'ispettore del ministero si lascia coinvolgere dalla vicenda, l'assassinio di un ragazzino ucciso con un colpo di fionda da un coetaneo. Le deposizioni dei testimoni lasciano intravedere una storia sconcertante fatta di cristianesimo «corretto e rivisto» alla luce di ancestrali credenze contadine. Pare che il diavolo ci abbia messo qualcosa in più del proverbiale zampino. Pare anzi che si sia presentato di persona. Il ragazzino morto era in realtà un mostro con le zanne? È lui ad avere sbranato una neonata? La madre, una potente signora del luogo, nega con decisione. Ma allora perché ha sfruttato il suo ascendente per ottenere un'autopsia così superficiale da essere incompleta? Il ragazzino morto aveva il potere di parlare e resuscitare i morti? L'assassino non ha dubbi in merito. Calpestare l'ostia in Chiesa può condurre all'inferno? E dare l'ostia in pasto a un verro può forse sbrogliare la situazione? E di chi sono quelle zanne impacchettate e spedite per posta? Ci sono tutti gli ingredienti necessari per una serie horror. Non c'è bisogno di cercare il regista. Avati ha girato il film di culto La casa dalle finestre che ridono nel 1976. Una pellicola spaventosa come poche altre...

Tra l'altro, Pupi Avati non è il solo regista ad avere pubblicato narrativa, di recente. Sono appena usciti i racconti Horror. Storie di sangue, spiriti e segreti (Mondadori) di Dario Argento.

Che storia le avventure di Simoni

In attesa della serie Il nome della rosa tratta dal bestseller di Umberto Eco, potremmo pensare a quale altro autore interessante per la cinematografia. Il romanzo di Eco, già portato al cinema nel 1986 da Jean-Jacques Annaud, per la televisione avrà un cast internazionale di tutto rispetto. John Turturro e Rupert Everett sono stati scelti per i ruoli chiave, rispettivamente, di Guglielmo da Baskerville, il monaco francescano del XIV secolo, e del suo antagonista, l'inquisitore Bernardo Gui. Le «indagini» cominceranno nel 2019. Le serie tv storiche, con le dovute eccezioni, sono spesso una delusione. Le dinastie dei Borgia e dei Tudor sono state trattate in chiave di fogliettone scollacciato. I Medici si è segnalata per gli errori nella ricostruzione. Un ottimo successo hanno ottenuto Downton Abbey, ambientata nell'Inghilterra del primo Novecento, e le serie sulla seconda guerra mondiale, Band of Brothers e The Pacific.

Ma veniamo ai nomi nuovi. In prima fila c'è Marcello Simoni, una garanzia di precisione storica. Ha avuto un grande successo la trilogia del Codice Millenarius (Newton Compton) e promette bene la Secretum Saga (Newton Compton). Con la prima siamo nel medioevo, in terre molto note a Simoni, ovvero Ferrara e zone circostanti. Simoni, essendo di Comacchio, gioca quasi in casa. Con la seconda ci trasferiamo nella Firenze all'inizio del Rinascimento. Il recente Il monastero delle ombre perdute (Einaudi) ci porta invece nelle catacombe dell'Urbe. L'inquisitore fra' Girolamo Svampa deve condurre una difficile indagine sulla inspiegabile morte di un uomo e su una misteriosa donna dalla faccia di capra. Si sente odore di zolfo, nella Roma barocca del 1625. Segreti, dame, cavalieri, inquisitori abbondano in tutti i libri di Simoni, capace di unire storia e avventura. Come Matteo Strukul che pone l'accento soprattutto sull'avventura, rispettando però la Storia. Anche per lui, una saga sui Medici (Newton Compton) e un recentissimo Casanova (Mondadori). Quale personaggio è più cinematografico di Casanova, interpretato tra gli altri da Heath Ledger?

Picca futurista. Amore e morte a rotta di collo

Aurelio Picca è uno scrittore italiano che scrive in italiano. Ama scrittori italiani (Ugo Foscolo, ad esempio), i suoi modelli sono italiani (Curzio Malaparte, ad esempio). Appartiene dunque a una specie in via d'estinzione. La letteratura in lingua inglese, specie l'americana, ha causato danni forse irreversibili nel nostro Paese, ormai pieno di scrittori che in realtà sono traduttori di traduttori. Capita troppo spesso che il romanzo «ambizioso» esibisca la lingua povera delle traduzioni dall'inglese.

Con Picca siamo agli antipodi. Il sottotitolo di Arsenale di Roma distrutta potrebbe anche essere «romanzo sintetico futurista» per la fulminea rapidità con la quale Picca si lancia sulle storie, sventrandole. Questo libro non è un romanzo, né una raccolta di racconti, pur avendo alcune caratteristiche dell'uno e dell'altra. Questo libro è un poema epico. Il poema epico di una città eterna e di un suo cittadino, Picca stesso, che girovaga conciliando memoria e presente. Perché non adattare ogni canto (capitolo) per la televisione o il cinema (ci vorrebbe il Nicolas Winding Refn di Drive)? In Arsenale di Roma distrutta (Einaudi) c'è una miriade di storie. Possono occupare due righe o due pagine. Ma comunque ti stendono con un gancio alla Monzón, il pugile-omicida che è tra i protagonisti. La Roma di Picca è quella degli artisti e dei criminali, che sembrano seguire le stesse regole. Si uccide perché «si è contro il mondo». Per lo stesso motivo si scrive e si dipinge. Roma è il palcoscenico sul quale gli uomini recitano la vita, come in una tragedia greca. E come nella tragedia greca si capisce che c'è qualcosa di assoluto dietro la violenza e l'amore carnale. Grande è la carrellata di personaggi reali. Nino Benvenuti. Carlos Monzón che venne a Roma per abbattere Benvenuti e anni dopo strangolerà la moglie. Mario Schifano. Giorgio Chinaglia. Lallo lo zoppo, spietato rapinatore.

Alla fine del viaggio c'è indirettamente il giudizio sulla città di oggi: «Roma l'ho amata quando era plebea e non miserabile (...). L'ho amata, come mi diceva Sergio Citti, dall'Ottocento al '57. Quando nessuno voleva cambiarla. Perché non era capitale di niente. Era solo la femmina del mondo infame».