STORIE DI NOSTALGIA «SENZA FINE»

Se non ci fossero le Teche, memoria storica del materiale d'archivio televisivo dirette da Barbara Scaramucci, non potrebbero andare in onda un bel po' di programmi che fondano la loro ragion d'essere (ma a volte solo il bisogno di riempire uno spazio) sulla «riesumazione» di vecchi spezzoni che rivisti oggi fanno sempre un certo effetto. Di solito questa operazione-nostalgia riguarda programmi famosi e personaggi noti, che il pubblico mette subito a confronto con la realtà di oggi con reazioni solitamente corrispondenti alla fascia d'età di chi guarda (chi ha superato gli anta si lascia prendere dalla nostalgia, gli altri osservano con curiosità e poi tirano via). Qualche volta il ricorso alle Teche serve, come in Senza fine (giovedì su Raitre, ore 23,30) per recuperare immagini di antichi programmi in cui venivano intervistate persone comuni, gente non famosa ascoltata nel corso di qualche documentario o reportage. Ora questi spezzoni vengono riproposti alla presenza delle stesse persone comuni, che rivedono il materiale filmato e lo commentano a distanza di anni, magari in compagnia di parenti e amici. Per loro è un modo insolito di guardarsi indietro e di fissare una fotogragrafia in movimento, cercando di capire quanta distanza li separa dall'immagine riflessa dalla telecamera. Per il pubblico è un tuffo nel passato attraverso i piccoli particolari di una inquadratura d'ambiente, di uno scorcio paesaggistico, di una zoomata arricchita dal fascino del bianco e nero. È anche un modo per raccontare storie di vita cercando di farle diventare «percorsi», di dare loro una continuità e un senso compiuto, attraverso il rimando tra passato e presente. Nell'ultima puntata è stata raccontata la storia di una ex appartenente a una comune, uno stile di vita abbastanza in voga negli anni 70. Nel frattempo la ragazzina desiderosa di una vita comunitaria è diventata una donna matura chiamata a un amarcord davanti alle telecamere, tra sorrisi imbarazzati, analisi, confronti, rimpianti e qualche comprensibile «presa di distanza». L'idea del programma è buona, il suo svolgimento lascia spesso a desiderare perché si è scelto (come è abitudine corrente) di montare le nuove interviste senza domande. In questo modo il flusso dei racconti è sovente monocorde, troppo diluito a rischio di momenti noiosi che sarebbero stati evitati dalla benefica irruzione di qualche domanda diretta in grado di interrompere i lunghi monologhi. A volte si ha l'impressione che gli stessi protagonisti lo vorrebbero. Parlano senza sosta, e nei loro occhi pare di cogliere un'implorazione: ma perché non mi fermate almeno un attimo con una domanda?