STORIE ROSSE come il sangue

In Italia da trent'anni, la Russia tatuata dentro, l'orrore sugli occhi piombati e l'urlo di Munch a dire l'inascoltato. Valentino Bruzzone Malyshev, classe 1930, ha da raccontarti una vita. Dopo l'incontro al Ducale sugli italiani di Crimea deportati in Kazakhistan. Lui in sala, le budella tese, l'Ucraina abitata dagli italiani, i fotogrammi censurati, la rabbia. I ricordi di Malyshev bambino, il papà prelevato, la mamma internata, il cugino fucilato. Un passato che ha condizionato e marchiato a fuoco l'esistenza di Valentino in Italia. Fino ad oggi. Ucraina 1938. Gli anni come un fiume: a pelo d'acqua ad attendere il momento di una storia carogna che ha fatto figli e figliastri. Quell'urgenza di non tradire emozioni, elaborate e ingoiate, Malyshev ce l'ha nella carne. Ma è da un po' che ha abbandonato l'ombra dei muri sbeccati e gli angoli bui per ritrovare quelli contro e gridarlo al mondo cosa ha fatto la grande madre Russia.
Malyshev nasce a Mariupol, Mar d'Azov. La famiglia della mamma, Maria Bruzzone, sta lì dal 1870, da quando i Bruzzone vendono i loro terreni a Genova-Prà e si trasferiscono in Ucraina: «A Mariupol vivevano già famiglie di Genova, Savona e Molfetta - ricostruisce Malishev - Qui nasce mio nonno Giacinto che a 20 anni viene spedito a Genova per cercare moglie. Si sposa e torna con lei a Mariupol. Nascono tre maschi e due femmine, una sarà mia madre». I Bruzzone sono proprietari terrieri: dal 1895 al 1915 producono grano che vendono all'Italia. «Il nonno reinvestiva tutto a Mariupol, quella ormai era la sua casa». Poi la rivoluzione d'ottobre a ribaltare gli equilibri: «Il sistema comunista gli consente di lavorare fino al 1933. Per legge sovietica tutti gli stranieri d'Ucraina dovevano mantenere la loro nazionalità, ma accettare d'essere cittadini sovietici». Giacinto non ci sta, immediata l'espulsione per lui e i suoi tre figli. «La mamma e la zia restano, perché mio padre, Jacov Vasil'evic, era russo: lui e noi due figli non potevamo tornare in Italia». Soli, nella morsa del regime di Stalin e una vita da reimpostare. «Mia zia sposa Salvatore Cucco, un italiano comunista che lasciò l'Italia nel '24. Restò iscritto al Partito Comunista sotto stretto controllo sovietico (il segretario era Palmiro Togliatti) dal '24 al '34, anno in cui venne espulso dal perché non in linea con la politica del segretario. Da qui la segnalazione ai sovietici che arrestavano chi non era omologato».
Salvatore riesce a fare il panettiere fino al '38, poi l'arresto e la deportazione. Controlli a tappeto, soprattutto nelle case degli italiani. Tensione, paura, ombre e quel filo sottile del sospetto che diventa un nodo d'acciaio alla gola. «1938: avevo otto anni e arrestano mio padre. La mamma continuava ad andare alla polizia a cercarlo, protestava, voleva capire. Minaccia di rivolgersi alle autorità consolari di Odessa». Mossa sbagliata. Che in Italia c'è Mussolini, figurati che gioco gli avrebbe fatto smascherare le gesta dei «compagni». Bisogna chiudere la bocca a Maria. «Il giorno successivo, alle sei, gli uomini dell'Unkvd, (il Commissariato del popolo per gli affari interni che dal 34 assorbì le competenze della polizia politica diventando autore delle epurazioni e strumento di controllo nelle mani di Stalin) la prelevano da casa, le spiegano che deve seguirli all'ospedale psichiatrico. Tre giorni dopo il suo ricovero, il 30 ottobre 1938, ci dicono che è morta». Autorizzano il funerale, ma non l'autopsia: «Mio fratello Eugenio, al terzo anno di medicina, capisce dal colorito verdastro che l'hanno avvelenata. La polizia gli consiglia di starsene buono se vuole avere un futuro».
Valentino aveva otto anni, rivedrà il fratello solo dopo 25. 1938: il piccolo Valentino resta con la zia e il cugino Carlo: «Io e mio fratello, che studiava all'università, eravamo considerati nemici del popolo a causa dei nostri congiunti internati. Per riscaldarci abbiamo bruciato tutti i mobili. Alla zia hanno tolto il passaporto italiano e concesso di risiedere senza cittadinanza: poteva solo pulire gabinetti». Nel '41 l'arrivo dei tedeschi, iniziano le deportazioni in Germania e nei campi di lavoro ci finiscono anche Valentino, la zia e il cugino Carlo che al terzo tentativo di fuga dal campo di Essen viene fucilato. «Avevo 14 anni e lavoravo in cucina. Parlavo il tedesco e questo mi aiutò a sopravvivere». Nel '45 Malyshev e la zia arrivano in Italia, Valentino conservò il cognome Bruzzone per entrare agevolmente. «Eravamo italiani che lasciavano la Russia. Quindi sospetti, perché nessuno credeva quel Paese capace di tali nefandezze. Facemmo letteralmente la fame fino al 50: lei sposa un russo ed emigra in Australia, io ventenne vado a militare». Si sposa a Genova nel '56, diventa padre di due figli, ma quel film dell'orrore c'è l'ha tatuato sugli occhi.
Nel '54 era entrato in contatto con N.T.S., l'organizzazione costituita da emigranti che combattono l'Unione Sovietica. Inizia la propaganda contro, ma i tempi non erano maturi. C'era la rinascita italiana, la sinistra galvanizzata, gli operai sindacalizzati. Nel '56 Valentino entra nel Consorzio Autonomo del porto di Genova: «Ero considerato un fascista, traditore dell'Unione Sovietica. Vita grama e promozioni che non arrivano. Finché a 48 anni, e 25 di lavoro, torno a fare l'artigiano». Poi la fine dell'Urss, Valentino che vola a Mosca ad incontrare gli amici con cui «noi della resistenza russa in esilio tenevamo i contatti». Ancora in Italia e poi in Ucraina per lavoro. È qui che comincerà a setacciare gli archivi per colmare l'abisso di quei suoi otto anni a Mariupol. Trova il certificato di riabilitazione del padre arrestato nel '38 «con disposizione dell'Unkvd per appartenenza ai servizi segreti italiano e giapponese e per svolgimento di attività di sabotaggio sulla flotta mercantile, e, dopo 6 mesi e 19 giorni fucilato». Il foglio del Servizio di Sicurezza dell'Ucraina, settembre '97, recita invece che la disposizione suddetta «è stata annullata e la pratica chiusa per mancanza di reato». Valentino Bruzzone Malyshev mastica amaro. È rappresentante Ucraino del Memoriale e non molla sulle epurazioni volute da Stalin. Una postilla: «Nel '64, a mio fratello Eugenio, chirurgo, già colonnello, gli sarà negato il grado di generale perché io vivevo in Italia, paese della Nato». Fardelli e derive ideologiche che resistono ancora oggi.