Storie sacre e ballo: magia di Akram Khan

Debutta stasera il coreografo di origini indiane

Matteo Failla

Akram Khan è un coreografo londinese nato nel ’74, figlio di immigrati del Bangladesh, e da quando ha iniziato il suo percorso artistico si è sempre distinto, oltre che per il talento, anche per la costante ricerca di fusione tra culture diverse. Ora, nell’ambito del Festival del Teatro d’Europa, Khan sarà protagonista sul palco del Teatro Studio, da oggi al 18 dicembre, con il suo nuovo spettacolo Ma, recente creazione che si avvarrà delle musiche originali di Riccardo Nova, delle luci di Mikki Kunttu, delle scene Illur Malus Islandus e dei costumi di Tony Aaron Wood Kei Ito.
Già dall’infanzia Khan ha imparato l’antica disciplina indiana del Kathak, di cui resta un interprete straordinario. Questa danza è considerata il flamenco indiano, soprattutto per alcuni passi che ricordano, nelle movenze, il ballo spagnolo; originaria del Nord dell’India, trova le sue radici nelle danze devote eseguite nei templi e prende il nome dai kathaka i cantastorie erranti, menestrelli e danzatori, che narravano storie epiche e sacre della mitologia indiana. L’interesse del coreografo britannico non si rivolge solo a questa danza classica, ma si spinge nell’universo della danza contemporanea, creando così un personalissimo linguaggio coreografico che sembra quasi innescare un dialogo tra oriente e occidente, tra passato e presente. «Tenere unita una compagnia composta da culture, esperienze e voci così differenti è una benedizione».
Il tema centrale del racconto coreografico di Akram, ispirato al testo di Hanif Kureishi, è il tema della capacità di generare e l’amore per la terra, che parte da una vicenda semi-mitica di una donna che, non potendo avere figli, riceve da Dio dei semi di una pianta, che farà crescere e arriverà ad amare quasi fossero sue creature.