La stracittadina d’Oriente è un megabusiness che vale oltre 30 milioni

A fine giugno Moratti e Galliani, nel corso d’una lunga telefonata, si erano chiesti se valesse davvero la pena disputare a Pechino la Supercoppa Italiana, per di più a preparazione appena abbozzata. «Giochiamola a San Siro davanti ai nostri tifosi», la considerazione finale. Ma l’idea, per quanto suggestiva, fu respinta con perdite dalla Lega. Il dg Marco Brunelli, spazientito il giusto, fece presente ai due club che era impossibile venire meno all’accordo siglato il 4 marzo all'Istituto Italiano di Cultura di Pechino con la società cinese United Vansen International Sport (Uvis). Il contratto, siglato dal presidente della Lega di A Maurizio Beretta e da quello dell’Uvis Wang Hui, prevede lo svolgimento di tre finali in Cina entro il 2014 in cambio di 10 milioni di euro. Di questa cifra le squadre finaliste si spartiranno 3 milioni a edizione, mentre alla Lega spetterà un milione complessivo per gestire l’organizzazione dell’evento che comporta il trasferimento di oltre 15 persone fra funzionari, arbitri (compresa una riserva), commissione antidoping, ispettori della procura federale, perfino un agronomo per rimettere in sesto il pessimo manto erboso.
Ma il discorso economico non si ferma qui. La MP & Silva, che gestisce i diritti internazionali del nostro calcio, si augura di raddoppiare gl’introiti con i broadcaster cinesi che al momento valgono 10 milioni sui 94 complessivi. La statalizzazione del paese non ha permesso finora di fare cassa in proporzione ai milioni di telespettatori di quel paese. La Premier League, per fare un esempio, ha spuntato l’anno scorso 15 milioni, un’inezia rispetto al mezzo miliardo di euro che porta a casa dai diritti venduti all’estero. Un solo neo. Ai cinesi interessano solo le grandi squadre: Inter, Milan, Juventus, Roma, Napoli, al limite la Lazio per aver vinto nell’agosto del 2009 la prima Supercoppa giocata in Cina. Del resto non sanno cosa farsene. Ma è così anche per il calcio spagnolo (Real Madrid, Barcellona e poco altro) e tedesco (Bayern Monaco e Borussia Dortmund). Di altro spessore invece l’appeal della Premiership che presenta su quasi tutti i campi spettacoli di primordine sotto il duplice profilo calcistico e coreografico.
E ancora. I responsabili marketing di Milan e Inter puntano non solo ad aumentare la popolarità in Cina, ma anche e soprattutto a implementare il fatturato del merchandising di almeno 10 milioni a testa con materiale originale, non taroccato. Il Manchester United, sbarcato 15 anni fa in questo Paese, vanta una leadership inattaccabile. Ma le società milanesi possono colmare il gap con una politica attenta e aggressiva allo stesso tempo, da quelle parti il calcio italiano non è secondo a nessuno. Sul finire degli Anni 70 l’Inter aprì la strada con una tournée che ancora fa storia, ma non la sfruttò appieno. I tempi non erano maturi. Oggi è tutto un altro discorso. E i club italiani, se lo vorranno e ne avranno le capacità, potranno piantare picchetti importanti come facevano i pionieri nel far west, specialmente con l’apertura delle ambitissime scuole calcio.
In futuro le finaliste della Supercoppa Italiana avranno anche l’opportunità di aumentare il business giocando una o due amichevoli in Cina prima e dopo l’evento ufficiale. È quanto hanno proposto i dirigenti dell’Uvis alla Lega per consolidare un rapporto già interessante di suo. In ballo altri 2 milioni. Il prezzo è giusto per quanto riguarda il business. Ma i tifosi, quelli che sostengono l’impalcatura del sistema andando allo stadio o comprando gli abbonamenti delle pay-tv, la pensano diversamente. Per quanto sia affascinante, il Nido d’Uccello di Pechino non potrà mai fornire la stessa cornice di passione e competenza di San Siro, non per niente intitolato a Peppino Meazza. I cinesi sono miliardi, ma di Meazza non ne avranno chissà per quanto tempo.