Strada: "Sì, il governo ha chiesto la liberazione dei capi talebani"

Il fondatore di Emergency rivela al <em>Giornale</em> le sue verità sulla liberazione di Mastrogiacomo. &quot;C’è stata una trattativa fra il governo e Karzai per lo scambio di prigionieri. Che Rahmat, il nostro mediatore paghi per aver messo in atto gli accordi di Flik (Prodi) e
Flok (Karzai), è inaccettabile. È la prima volta che accade&quot;

Gino Strada, 59 anni, fondatore di Emergency non ha peli sulla lingua in questa intervista esclusiva a Il Giornale. Sul sequestro Mastrogiacomo racconta alcune verità scomode e punta il dito contro il governo Prodi, che fa poco per liberare il mediatore di Emergency arrestato dai servizi afghani.
Lo scambio di cinque talebani con Mastrogiacomo ha veramente salvato il governo italiano, come ha detto il presidente afghano Hamid Karzai?
«Che il governo se ne sia servito non ho il minimo dubbio. Questa faccenda è chiarissima se solo si racconta la verità, ovvero che c’è stata una trattativa fra il governo Prodi e Karzai per lo scambio di prigionieri. Assieme al video dell’ostaggio era arrivata l’iniziale richiesta di liberare tre persone delle cinque poi scarcerate, i cui nomi erano scritti su un fogliettino, che abbiamo consegnato alle autorità italiane. Da quel momento abbiamo solo aspettato che il governo italiano, come poi è avvenuto, ci dicesse: “Ok c’è l’accordo per fare lo scambio”. Su esplicita richiesta di Romano Prodi l’operazione doveva avvenire attraverso Emergency. Non perché ci sia una particolare sintonia tra noi e Prodi, visto che lui ama fare la guerra in Afghanistan, ma perché la presenza dei nostri ospedali a Kabul e Laskhargha, capoluogo della provincia di Helmand dove è avvenuto il sequestro, rappresentava un’opportunità».
In pratica, voi di Emergency avete fatto da postini?
«Certo, a parte la richiesta di non usare violenza. È stato assolutamente Prodi a chiedere a Karzai di liberare i prigionieri talebani. Con me lo ha ammesso lo stesso presidente del Consiglio. La scelta di trattare non l’ho fatta io, ma il governo italiano. Voglio che sia chiaro che se me lo avesse chiesto il presidente del Consiglio precedente Silvio Berlusconi la risposta ed il comportamento di Emergency sarebbero stati assolutamente identici. Il problema è che Prodi non può assistere impotente al fatto che il governo afghano sbatte in galera chi ha reso possibile l’operazione cioè Rahmatullah Hanefi, capo della sicurezza di Emergency a Laskargha».
Pensa che il governo italiano non abbia rispettato i patti?
«I primi a non rispettare i patti sono stati quelli della sicurezza di Karzai. Il governo italiano, avrebbe dovuto dire entro cinque minuti a Karzai, ma cosa stai facendo o cosa stanno facendo i tuoi? Che Rahmat paghi per aver messo in atto gli accordi di Flik (Prodi) e Flok (Karzai), è inaccettabile. È la prima volta che accade».
Cosa vuole concretamente dal governo Prodi?
«Ci sono dei passi diplomatici che si possono compiere. Per esempio il richiamo in Italia del nostro ambasciatore per consultazioni, oppure la convocazione dell’ambasciatore afghano a Roma. L’arresto di Rahmatullah è stato eseguito dalla sicurezza del governo di Karzai, ma con la piena corresponsabilità del governo italiano».
Perché corresponsabilità?
«Spendiamo un milione e mezzo di euro al giorno per andare a stabilizzare con i nostri soldati il governo di un signore che si permette di tenere in galera un mediatore che lavorava per l’Italia. Non vorrei arrivare al punto di andare a bussare alla porta della sicurezza di Kabul dicendo: “Signori sono altrettanto responsabile della persona che trattenete”. E poi girarmi verso le telecamere per chiedere se per caso qualcun altro dovrebbe essere con me...».
D’Alema o Prodi con cui parlava spesso al telefono durante il sequestro di Mastrogiacomo?
«Ecco, forse con me dovrebbero venire anche loro...».
Metterebbe la mano sul fuoco per Rahmatullah Hanefi?
«Metto la mano e molto altro sul fuoco per Rahmatullah, perché non ha fatto nulla di criminale: stava mediando ed agendo per conto del governo italiano su richiesta di Emergency. Non era il negoziatore dei talebani, ma la persona che negoziava con i talebani per convincerli a non tirare fuori il coltello. Non sa nulla di chi ha incoraggiato Mastrogiacomo a contattare i talebani, perché l’ho informato io del sequestro, sei ore dopo il rapimento. Non voleva neppure occuparsene. Per questa vicenda 13 persone si sono licenziate, perché hanno paura. Se i servizi segreti prelevano uno dei nostri trasformandolo in un desaparecido, la gente si chiede se vale la pena rischiare la pelle per i 200-250 dollari di paga all’ospedale di Emergency».
Amrullah Saleh, il capo dei servizi afghani, responsabile dell’arresto di Rahmatullah, ha aspramente criticato il ruolo di Emergency in questa vicenda. Lei lo conosce fin dai tempi in cui costruivate il vostro primo ospedale in Afghanistan. Come spiega questo braccio di ferro?
«È chiaro che si tratta di un gioco politico. Il giorno dopo l’accordo fra Prodi e Karzai io sono andato ad una riunione con Saleh e l’ambasciatore italiano per discutere gli aspetti tecnici della liberazione di quelle tre persone, poi diventate cinque, per le quali Romano Prodi aveva informato Massimo D’Alema, l’unità di crisi della Farnesina e l’ambasciatore a Kabul. Saleh non capiva cosa c’entrasse Emergency. Evidentemente il fatto che lo scambio potesse avvenire solo attraverso una organizzazione umanitaria non è stato gradito».
I servizi afghani volevano uno scambio controllato per evitare sorprese, come il mancato rilascio di Adjmal Nashkbandi, l’interprete afghano di Mastrogiacomo...
«La questione Adjmal credo che non sia mai entrata nell’accordo fra Prodi e Karzai. Noi, ma a nome di Emergency, abbiamo chiesto tre volte al mullah Dadullah anche la liberazione di Adjmal».
Mi sta dicendo che il governo italiano non aveva a cuore la sorte dell’ostaggio afghano?
«Sto solo dicendo che a me non è mai pervenuta dal governo italiano un’esplicita richiesta per la liberazione di Adjmal, ma do per scontato che pure Prodi volesse il suo rilascio».
Perché Adjmal è rimasto nelle grinfie dei talebani, dopo che Rahmatullah ha parlato per 15 minuti con i capi talebani?
«Mettere in relazione le due cose è assurdo. Se non volevano liberare l’interprete era inutile portarlo dove hanno rilasciato Daniele. Forse, qualcuno fra i talebani, avrà detto a Dadullah, ma nostro cugino è ancora dentro, perché lasciamo andare anche l’afghano?».
Lunedì scade l’ultimatum per la vita di Ajmal...
«A nome di Emergency ho fatto un appello al mullah Dadullah, in nome di quello che abbiamo fatto per tutti i prigionieri in Afghanistan».
Se il vostro uomo venisse incriminato chiudereste veramente gli ospedali?
«L’ultima cosa che vogliamo è chiudere gli ospedali e la penultima pensare che i pazienti, i feriti siano degli ostaggi. Il problema è se Emergency viene vista come una presenza nemica e quindi un bersaglio dal governo afghano».
Lo rifareste?
«Sì, penso che lo rifarei, ma vorrei prima un salvacondotto firmato e timbrato, che certifichi che i miei uomini lavorano per il governo italiano, pur non essendo d’accordo su nulla con l’esecutivo. Il governo Prodi è più guerrafondaio di quello di Berlusconi. Non cerchiamo ringraziamenti, ma vorremmo uscirne in pari. Vorremmo tornare a lavorare in pace, come prima che i nostri governanti inviassero in Afghanistan i militari italiani. Alla faccia di quello che dice il ministro della Difesa Parisi, noi problemi così gravi non li abbiamo mai avuti, neppure quando c’erano i talebani».