Strada sbagliata

La liberazione di Daniele Mastrogiacomo non può che rallegrare noi come i colleghi de La Repubblica e gli italiani tutti. Quando si salva una persona in pericolo, chiunque essa sia, di sinistra o di destra, giornalista o vigilante, è la vittoria della vita sulla morte e della ragione sulla violenza. Si aggiunga un altro motivo di soddisfazione: è stato salvaguardato, pur se in presenza di un collaboratore locale ucciso, un reporter che ha avuto il coraggio di avventurarsi in zone pericolose per testimoniare direttamente una difficile realtà. Ciò detto, però, a noi pare che la vicenda Mastrogiacomo debba essere l’occasione per alcune riflessioni riguardanti le modalità della liberazione che sono facilmente intuibili, il contesto degli equilibri politici italiani e gli effetti anche internazionali che ne possono derivare.
La prima constatazione è che l’esito positivo del sequestro è scaturito da un negoziato con i sequestratori ispirato al criterio diametralmente opposto a quello della fermezza. Noi approviamo sempre tutti gli sforzi che vengono messi in atto quando si tratta di salvare una vita umana. Ma non possiamo non ricordare che in altre circostanze - valga l’ormai lontano ma emblematico caso Moro - vi fu da parte delle forze politiche e degli organi di stampa vicini alla sinistra comunista un atteggiamento pervicacemente opposto. E non si può neppure ignorare che quando ci si è trovati di fronte a simili drammatici dilemmi in Irak, l’opinione di sinistra è stata di tutt’altro avviso che con Mastrogiacomo.
La seconda riflessione riguarda il nostro rapporto con gli Stati Uniti. È vero che siamo e dobbiamo rimanere uno Stato a piena sovranità, ma è opportuno ricordare che l’America ci critica sia per la reticenza a scendere sul terreno combattente in Afghanistan accanto ai partner della Nato, sia per il pagamento dei riscatti che servono a rafforzare i sequestratori e, in questo caso, a legittimare i talebani. Non può essere cancellato il fatto che il prezzo pagato per Mastrogiacomo, liberato dopo che il suo autista afghano è stato sgozzato, sia stata la liberazione di pericolosi capi terroristi con tutte le conseguenze che il caso può provocare.
Ultimo ma non meno importante è l’effetto che il negoziato ha sulla nostra politica estera a Kabul. Non vorremmo che la proposta, alquanto singolare e velleitaria, di una conferenza di pace al cui tavolo dovrebbero sedere anche i talebani terroristi e sequestratori, fosse stata avanzata dall’onorevole Fassino per calmare la pressione di quell’ala massimalista della maggioranza che l’ha subito entusiasticamente appoggiata in attesa di un futuro ritiro dei nostri militari.
Ripetiamo che siamo lieti per Mastrogiacomo. Ma la politica estera di un grande Paese come l’Italia e i rapporti con i tradizionali alleati atlantici sono questioni di troppo grande respiro per essere condizionate all’interno della maggioranza dal rapporto con i settori massimalisti che guardano a Gino Strada non già come ad un bravissimo operatore umanitario ma come a un guru politico da seguire nelle sue idee a favore degli insorgenti islamici. La salvezza di Mastrogiacomo sì, ma l’appeasement con i terroristi talebani no.
Massimo Teodori
m.teodori@mclink.it