Strade e ferrovie, Milano in zona retrocessione

Andrea Fontana

La locomotiva d’Italia è da serie B. Almeno per strade, autostrade e ferrovie. Nella graduatoria delle 103 province italiane per dotazione e qualità delle infrastrutture, Milano fa peggio della media nazionale e si colloca nella metà bassa della classifica. Altro che «motore del Paese», come hanno auspicato a più riprese sia il sindaco Letizia Moratti che il numero uno di Assolombarda, Diana Bracco. Lo dice uno studio dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne di Roma, presentato al convegno «Infrastrutture e competitività: quale scenario per il sistema Italia?» organizzato da Unioncamere: 58esimo posto per quanto riguarda la rete stradale, 59esimo per quella ferroviaria. Nel primo caso, il voto dato alla provincia di Milano è dieci punti in ritardo rispetto alla media nazionale, nel secondo il deficit è addirittura di venti punti. Insomma, un campionato dove il capoluogo lombardo lotta per la salvezza, ma vede il traguardo ancora lontano.
L’indicatore che descrive lo stato dei collegamenti su gomma nel Milanese è infatti 90, secondo gli esperti del centro di ricerca economica: una valutazione che tiene conto di aspetti quantitativi, ma anche qualitativi e li rapporta alle dimensioni del territorio, al numero di veicoli circolanti e alla popolazione.
Quindi accanto ai chilometri di strade e autostrade percorribili, vengono considerati i tratti a tre corsie, i caselli con servizio Telepass e Viacard, la spesa per la manutenzione delle provinciali. «Il Nord Italia, e Milano in particolare, è cresciuto nonostante una dotazione infrastrutturale non proporzionale al livello di sviluppo raggiunto - commenta Giuseppe Capuano, responsabile dell’area “Studi e ricerche” del Tagliacarne -. Non è solo l’aspetto quantitativo a risultare carente, ma anche, e soprattutto, la qualità e l’efficienza di queste opere pubbliche che finisce per costituire un vincolo per lo sviluppo».
Discorso simile per la rete ferroviaria per la quale Milano prende una voto di 80 punti, in una graduatoria guidata da Ancona, Terni e Bologna e nella quale Roma e Napoli sono anni luce più avanti della provincia meneghina: pesano in modo negativo infatti i ritardi dei treni regionali, i convogli vecchi e i giudizi dei pendolari che ogni mattina viaggiano sui binari dell’hinterland.
Per le strade d’asfalto o ferrate, insomma, inefficienze che non abbassano solo il posto in classifica, ma soprattutto la produttività del territorio: «Quando un collegamento diventa superiore all’ora, rischia di essere antieconomico per le imprese - continua Capuano -, forse Milano dovrebbe cercare di decentrare nei centri urbani intermedi delle funzioni legate al terziario avanzato, che va dal design alla finanza, di cui la città potrebbe fare a meno».
Un modello di sviluppo policentrico da prendere in considerazione, non guardando solo ai chilometri di nuove opere da realizzare, è la provocazione di Capuano: «Certo, sono scelte da ponderare e da prendere a livello regionale» rilancia. Nel frattempo, qualche opera in cantiere conviene metterla: una simulazione del Tagliacarne fa notare che con la Brebemi e l’alta velocità Milano-Verona qualche passo avanti verso la serie A delle infrastrutture verrebbe fatto.