Strage a Beirut: ucciso deputato Accuse alla Siria

Walid Eido e altre dieci persone assassinati come il premier Hariri

È morto come Rafik Hariri, il suo premier. Il 14 febbraio 2005, mentre Rafik bruciava tra i rottami della sua auto, Walid Eido era già in piazza ad accusare i siriani, a lanciare quella pacifica rivoluzione che poche settimane dopo costringerà al ritiro le truppe siriane.
Sono passati 28 mesi e Walid Eido, 64 anni, deputato e presidente della commissione Difesa al Parlamento libanese ha seguito il destino del suo capo. Il suo corpo dilaniato e carbonizzato giace sulla spiaggia coperto da un telo di plastica con quelli del figlio Khaled e di due guardie del corpo. Sull’asfalto pozze di sangue e miseri resti che rendono difficile un bilancio: forse altri sei passanti uccisi per un totale di dieci morti.
L’analogia tra questo massacro e quello di due anni fa è raccapricciante. Eido, suo figlio e gli altri compagni di sventura vengono fatti a pezzi da un’autobomba sul litorale di Manara, il lungomare che dista un chilometro e mezzo dalla zona in cui fu ucciso Hariri. Anche la reazione è la stessa. Anche stavolta Saad Hariri, figlio ed erede politico di Rafik, il capo druso Walid Jumblatt e tutti gli altri membri della coalizione antisiriana puntano il dito contro Damasco. Jumblatt è il più duro: «Vogliono fare a pezzi la nostra maggioranza, pensano alle presidenziali del prossimo settembre... La nostra maggioranza si regge su soli quattro deputati, è cinico dirlo, ma sono pronti ad ammazzarli tutti per far eleggere uno dei loro».
La notizia dell’assassinio scuote la capitale e trascina i militanti antisiriani in piazza. Decine di giovani raggiungono il quartiere di Verdun, si radunano intorno alla casa del politico ucciso.
La mossa rischia di far esplodere una capitale ancora occupata dai manipoli di Hezbollah e degli altri gruppi dell’opposizione filosiriana accampati nelle piazze del centro dallo scorso dicembre. Le voci di un assassinio eccellente circolavano da giorni. Dall’inizio, un mese fa, dell’assedio al campo palestinese di Nahr el Bared, dove resistono asserragliati i miliziani filo Al Qaida di Fatah al Islam, si sono contati almeno cinque attentati. Tutti segnali, secondo il governo di Fouad Siniora, di una strategia della tensione alimentata da Damasco.
Gli uomini di Siniora e i suoi alleati sottolineano anche la vicinanza temporale tra questo nuovo assassinio e la scadenza, domenica scorsa, dell’ultimatum del Consiglio di Sicurezza. Quell’ultimatum ha aperto la strada alla costituzione di un tribunale internazionale che in un prossimo futuro potrebbe mettere sotto accusa e portare in giudizio i vertici del regime siriano.