Strage di Beslan, un anno dopo resta solo rabbia

Oggi Putin riceverà un gruppo di mamme che cercano la verità

Marcello Foa

Alyona è una bella bambina bionda di diciotto mesi. La nonna Klara la stringe a sé, oggi come un anno fa. Alyona riconsce tra le 331 fotografie appese a uno dei muri della scuola numero uno di Beslan, quella di sua madre Fatima e di sua sorella Kristina, che aveva dieci anni. D’istinto, appoggia le manine paffute alla parete e, sporgendosi in avanti, bacia il volto della mamma. Beslan ieri ha pianto, tra le rovine della scuola, dove nulla è stato toccato dalla strage del 3 settembre 2004 e nel nuovo interminabile cimitero, dove invece tutto è cambiato. Non c’è più il fango, non ci sono più le croci di legno: ora lungo il vialetto ordinato si susseguono tombe di marmo rosso, sulle quali centinaia di mani - talvolta amiche, talvolta sconosciute - continuano a lasciare, in una processione che da ieri sembra interminabile, un segno del proprio cordoglio: fiori, peluches, giocattoli.
Alle 9.15 di mattina quattro rintocchi di campana hanno dato inizio alle commemorazioni dell’eccidio: esattamente a quell’ora il commando ceceno assaltava la scuola, prendendo in ostaggio 1.200 persone, per la maggior parte bambini nel primo giorno di lezioni. Milleduecento persone tenute per tre giorni senz’acqua nè cibo, sotto la minaccia dei mitra e delle mine piazzate in ogni angolo dell’edificio. Tre giorni di strazio che oggi lo stesso presidente Putin ricorderà, ricevendo al Cremlino una delegazione delle madri della piccola cittadina del Caucaso. Una visita che si annuncia carica di tensione, perché a Beslan, 12 mesi dopo, non c’è solo dolore, ma anche rabbia e indigazione, di cui si è fatta interprte la combattiva Suzanna Dudieva, che in quella scuola ha perso la figlia, e che da mesi è irremovibile nel denunciare la lentezza delle indagini e dalla ritrosia delle autorità russe.
Le certezze di quel tragico giorno sono quelle che tutti ricordiamo: l’assalto fu perpetrato da un commando di terroristi ceceni agli ordini di Shamil Basayev che, in un video diffuso proprio ieri dall’Associated Press, viene mostrato in un bosco mentre prepara l’assalto a Beslan, sorridente e scherzoso, assieme ad altri uomini; i terroristi uccisero subito quasi tutti gli uomini in ostaggio; stuprarono almeno 5 bambine e alcune ragazze; la battaglia finale si concluse con 318 morti, tra cui 186 bambini e 700 feriti.
Ma molte domande sono rimaste senza risposte. La prima è la più importante: chi provocò alle 13.05 del 3 settembre lo scontro finale? Si sa che l’esplosione di due mine, una dentro e una sotto una finestra della palestra, provocò la fuga degli ostaggi, la reazione dei terroristi e l’inizio dell’assalto, ma ancora oggi non sappiamo di chi fu la responsabilità. Non dei reparti speciali: nessuno ha mai lanciato un blitz in pieno giorno; non dei terroristi, che, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, furono colti alla sprovvista; l’ipotesi più probabile resta quella di un tragico incidente. E ancora: come fecero i terroristi a nascondere le armi all’interno della scuola, che era in ristrutturazione nell’estate del 2004? Chi permise loro di arrivare indisturbati dalla Cecenia a Beslan, passando dall’Inguscezia? Chi comandava le operazioni delle forze di sicurezza russe e quali armi furono usate nell’assalto ? È vero che almeno 4 terroristi - come all’epoca il Giornale ricostruì da Beslan - sono riusciti a scappare? Trentun guerriglieri ceceni furono uccisi, uno solo fu catturato vivo, perché non furono fatti altri prigionieri? E Nur-Paha Kulaiev, l’unico sopravvissuto del commando, è davvero attendibile? Con una gestione più accurata della crisi sarebbe stato possibile salvare altre vite umane?
Beslan s’interroga, invocando una verità che probabilmente non conoscerà mai, come al teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, come sempre quando c’è di mezzo la Cecenia.
marcello.foa@ilgiornale.it