Strage di Bologna, un magistrato smonta la tesi della pista nera

Nel libro di Lupacchini lo strano ruolo del pentito Sparti rilasciato perché in fin di vita ma morto 20 anni dopo

Gian Marco Chiocci

da Roma

Gli ex terroristi neri Francesca Mambro e Valerio Fioravanti si sono presi l’ergastolo per la bomba del 2 agosto 1980 perché - essendo la strage per definizione «fascista» - ambedue «non potevano non sapere». La sentenza della Suprema Corte non chiarisce, infatti, chi materialmente ha piazzato la bomba alla stazione di Bologna, non illumina sulle motivazioni di un gesto politicamente controproducente alla folle causa rivoluzionaria, non fornisce un’idea nè sui complici nè sui mandanti, e non dice una parola sulle contraddittorie versioni di certi pentiti. La sentenza che viene tramandata ai posteri non dissolve i dubbi che il secondo verdetto d’appello (il primo assolse gli imputati) aveva promesso di chiarire promettendo «ulteriori indagini». Nell’attesa di questi nuovi accertamenti (che nessuno ha mai svolto) i giudici con l’ermellino hanno ribadito il concetto del «non potevano non sapere» e nel 1995 hanno messo una pietra tombale sul caso.
Il dramma. In pillole, l’epilogo giudiziario collegato alla morte di 80 persone, è tutto qui. Eppure oggi c’è un giudice a Berlino che prova a fare luce sulle ombre della strage. Una toga che a Bologna ha lavorato in quegli anni, che si è occupata di inchieste delicatissime su terrorismo e criminalità organizzata, e che per tornare a Mambro e Fioravanti ha rifilato loro severe condanne per azioni di terrorismo. Questo giudice controcorrente è Otello Lupacchini, e nella nuova edizione del suo libro («la Banda della Magliana, alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati...», edito da Koinè) smantella la ricostruzione dei magistrati bolognesi basata essenzialmente sulle dichiarazioni di pentiti come Massimo Sparti e Angelo Izzo.
Terreno minato. Lupacchini è consapevole di camminare su un terreno minato, ma non teme le critiche. «Che gli esecutori materiali siano da identificare negli ex Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, e che la strage sia stata “fascista”, sono dogmi che non possono essere messi in discussione senza sentirsi muovere l’accusa di leso antifascismo o peggio. Eppure - osserva il giudice - a 25 anni dalla bomba sono molti coloro che esprimono perplessità e sollevano dubbi sulla responsabilità effettiva dei Nar, non solo a destra, ma anche e specialmente a sinistra». Perplessità, a detta di Lupacchini, si riscontrano nella conduzione delle indagini indirizzata esclusivamente verso l’estrema destra, «trascurando ogni altra eventuale pista» come in questi giorni sta emergendo sul fronte libico e palestinese. Indagini che hanno una svolta quando, a otto mesi dalla strage, fa la sua comparsa Massimo Sparti, delinquente comune, falsificatore di documenti per conto della Banda della Magliana. A verbale racconta di come Fioravanti, due giorni dopo la strage, gli avesse chiesto una carta d’identità per la Mambro che rischiava di essere riconosciuta in quanto, assieme a lui, era stata notata vicino alla stazione vestita con abiti tirolesi.
Impianto debole. Sul pentito Sparti il giudice Lupacchini è tranchant: «La sua testimonianza, utilizzata per dare consistenza a un impianto probatorio estremamente debole, era tale essa stessa da suscitare non poche perplessità». Per cominciare, il falsario Fausto De Vecchi, al quale Sparti avrebbe commissionato la confezione del documento, nel primo interrogatorio escluse con forza «che le foto consegnate(gli) dallo Sparti riproducessero sembianze femminili». Riconferma questa versione qualche mese dopo, poi improvvisamente la modifica qualche settimana avanti («Non posso assicurare nè smentire che le foto fossero di una donna, non le ho guardate») salvo precisare un anno dopo: «Effettivamente... le foto le ho guardate ma non so chi vi era ritratto». Nove anni più tardi, nel 1990, in dibattimento finalmente rammenta ciò che Sparti gli disse, e che coincide guarda caso con la versione di Sparti. «Sospetti atroci s’addensano su questo tardivo révirement di Fausto De Vecchi - osserva Lupacchini -, allorché si consideri come costui fosse stato fermato e condannato, nel 1986, per furto con scasso, in concorso, guarda caso, proprio con Massimo Sparti, il quale, per altro, era uscito di prigione nel maggio 1982, essendogli stato diagnosticato un tumore al pancreas, in fase terminale». E qui, insiste Lupacchini, occorre fare parecchia attenzione. I primi malori Sparti li avverte nell’estate del 1981, subito dopo la testimonianza chiave. «Le analisi, però, non avevano evidenziato sintomatologia di malattie gravi, ma, nel marzo successivo ­ nel frattempo era, casualmente, cambiato il direttore sanitario del Centro clinico del carcere di Pisa ­, le cose andarono altrimenti: la diagnosi venne capovolta. Scarcerato perché in fin di vita, Massimo Sparti sarebbe miracolosamente sopravvissuto per oltre vent’anni...». Impossibile procedere a qualsiasi accertamento perché «le cartelle cliniche andarono, casualmente distrutte in un disgraziato incendio, nel 1996...».
Il massacratore. Un paragrafo tutto da leggere è poi quello dedicato ad Angelo Izzo, il massacratore del Circeo, uomo a conoscenza di tutti i misteri d’Italia, collaborante fra i più smentiti, arrestato di recente per il duplice omicidio nelle campagne di Campobasso: è lui che coinvolge Luigi Ciavardini (all’epoca della strage aveva 17 anni, ndr) solo dopo aver puntato l’indice su due militanti di Terza Posizione: Massimiliano Taddeini e Nanni De Angelis. «Per non far torto alla maschera del perito in veste di pentito, costantemente indossata ­ o, se si preferisce, che gli si consentì d’indossare ­ nel corso di tutte le sue performances narrative davanti agli inquirenti bolognesi, Angelo Izzo avrebbe sviluppato il sillogismo in forza del quale, poiché Luigi Ciavardini era sempre insieme a De Angelis e Taddeini, se c’erano loro non poteva non esserci stato anche lui». Peccato che l’accusa a carico di «Nanni» De Angelis e Taddeini si rivela clamorosamente falsa: quando scoppia la bomba a Bologna, loro giocano da tutt’altra parte a football americano. Non lo dicono gli interessati, e nemmeno una cinquantina di testimoni fra amici, giocatori e spettatori. Lo prova un filmato della Rai con De Angelis e Taddeini lanciati in touchdown accanto alla sovrimpressione dell’ora, del giorno, dell’anno della partita. Se De Angelis e Taddeini escono di scena, anche grazie a Izzo resta invece della partita Ciavardini, assolto in primo grado e condannato in appello. A giorni la Cassazione deciderà della sua sorte, se arriva la condanna anche la revisione del processo che si apprestano a chiedere Mambro e Fioravanti rischia di non vedere mai la luce.