Strage di via D'Amelio, Borsellino senza giustizia Sono in libertà sette ergastolani "innocenti"

Il pasticcio della strage Borsellino che ha portato ieri sette ergastolani "innocenti" a uscire di prigione è il pasticcio dei pasticci. Era il 1992 quando il giudice fu massacrato con 5 agenti di scorta. E ora, dopo diciannove anni, non ci sono nemmeno più colpevoli

Il pasticcio della strage Borsellino che ha portato ieri sette ergastolani «innocenti» a uscire di prigione è il pasticcio dei pasticci. È il pasticcio dei pm nisseni che hanno seguito passo passo, senza indugi, il pentito-mitomane Vincenzo Scarantino. È il pasticcio dei giudici di primo, secondo e terzo grado che hanno creduto alle schizofreniche rivelazioni/ritrattazioni di questo semianalfabeta che giurò d’aver portato lui in via d’Amelio, dopo averla rubata, la Fiat 126 piena di esplosivo. È il pasticcio brutto dei poliziotti, indagati per calunnia aggravata, che avrebbero truccato le carte e suggerito a Scarantino cosa dire e cosa no in verbali scarabocchiati a penna. Duole dirlo, ma è pure il pasticcio dei giornalisti professionisti (dell’antimafia) che se mai si sono domandati se quel che urlavano al vento i difensori avesse fondamento e meritasse uno straccio di approfondimento, adesso cavalcano un’altra strada impervia, altrettanto rischiosa: quella asfaltata dallo squalificato Massimo Ciancimino, sommo teorico della «trattativa» fra Stato e Antistato, dispensatore di «papelli» taroccati, protagonista di interrogatori riveduti e corretti in corso d’opera.
Il pasticcio dei pasticci, comunque, riguarda i pentiti, perché a Scarantino (inattendibile) oggi viene preferito il collega Gaspare Spatuzza, che sembra aver dimostrato di sapere come andarono materialmente le cose in quella stradina senza uscita di Palermo il 19 luglio 1992, ma che quando s’è trattato di salire di livello fino a Berlusconi s’è beccato dell’«inaffidabile» al processo contro il senatore Marcello Dell’Utri, salvo ritrovare una patente di credibilità sulle stragi del ’93 al processo al boss Tagliavia a Firenze.
La notizia di ieri era attesa da più di uno anno, e rischia di essere solo un antipasto del cataclisma che sta per abbattersi su chi avallò e difese quelle indagini. La corte di appello di Catania nel dichiarare inammissibile per motivi tecnici (in attesa di future condanne) l’istanza di revisione avanzata dalla procura di Caltanissetta sul processo per la morte del giudice Borsellino e degli agenti di scorta, ha disposto l’immediata sospensione della pena e la scarcerazione degli otto ex ergastolani. Anzi, di sette di loro (compreso Scarantino) perché Gaetano Scotto avendo sul groppone altre condanne definitive dovrà attendere l’espiazione completa della pena prima di tornarsene a casa. Il sestetto di ergastolani (più Scarantino) che da sempre, in ogni sede, si sono dichiarati innocenti accusando di reiterate menzogne Scarantino sulla falsariga di quanto già dichiarato da altri pentiti di maggior calibro come Cangemi, Di Matteo e La Barbera (i loro confronti, devastanti per l’attendibilità di Scarantino, vennero incredibilmente segretati per anni dagli inquirenti che li misero a disposizione degli avvocati solo dopo esposti mirati) sono gli incensurati Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Gaetano Murana mentre Giuseppe La Mattina, Natale Gambino e Salvatore Profeta hanno precedenti associativi che nulla c’entrano con via D’Amelio.
Rosalba Di Gregorio, difensore di quattro degli otto condannati per la strage, da anni attendeva con ansia questo giorno. «Queste notizie si commentano da sole. Comunque meglio tardi che mai per fare giustizia. Per anni abbiamo lottato contro una palese ingiustizia, che era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ci ha dato retta nonostante le falsità conclamate, documentate, riscontrate, del signor Scarantino». Già, Scarantino. L’uomo che il giorno della strage non poteva aver scortato all’alba l’auto col tritolo in via D’Amelio perché la moglie giurò d’avergli portato il caffè a letto alle 7 del mattino. L’uomo che sussurrava ai pm e che poi gli si è rivoltato contro giurando che non sapeva niente di niente e che l’avevano costretto a dire, e sottoscrivere, solo «bugie». L’uomo che confessa, ritratta e poi ritratta la ritrattazione. L’uomo che si è detto, amoreggiasse, con due trans, che tirava cocaina, che nessun capomafia conosceva se non come meccanico della Guadagna senza alcuna affidabilità e nonostante questo ritenuto in grado di svolgere il compito più delicato della strage. Non dalla Cupola ma dalla giustizia italiana, che oltre a imbarazzarsi oggi deve provare vergogna.