La strage dei malati prigionieri dell’ospedale: 200 corpi tra le macerie

I primi corpi in decomposizione, sotto il sole cocente, sono abbandonati sulle lettighe davanti all’ingresso dell’ospedale. Altri 19 cadaveri avvolti ancora nelle lenzuola vengono scoperti dalla telecamera di «Al Jazeera» in inglese nel cortile, ma è solo l’inizio di una discesa all’inferno. La guerra è sempre brutta e sporca, ma all’Abu Salim trauma center diventa orrore. L’ospedale di quattro piani, apparentemente candidi, si trova nel quartiere meridionale di Tripoli dove si sono arroccate le ultime sacche di resistenza del regime. I cadaveri scoperti da Andrew Simmons, inviato della tv araba, sono in tutto un’ottantina (ma secondo la Bbc, i morti sarebbero oltre 200). Feriti negli scontri, sia governativi che ribelli e civili presi fra due fuochi. Molti avrebbero potuto farcela, ma il personale sanitario a causa dei combattimenti non ha raggiunto l’ospedale. Non solo: la mancanza di medicine, sale operatorie funzionanti e dell’elettricità per le macchine salva vita ne ha ammazzati tanti. Secondo Mohammed Yunis, studente di medicina trasformato in infermiere, fra i pochi al suo posto, i pazienti morti in questi giorni di battaglia, per mancanza di cure, sono un centinaio. «È un disastro: non abbiamo medicine e il personale sta a casa per paura dei cecchini», spiega Yunis, barbetta appena accennata e occhiali. L’orrore, però, deve ancora arrivare. Il giornalista con giubbotto antiproiettile ed elmetto segue con l’operatore le pozze di sangue lungo i corridoi, che sembra deserto. Dappertutto c’è odore di urina, feci e morte. A un certo punto viene spalancata a fatica la porta di una grande sala dove sono concentrati decine di letti, uno attaccato all’altro o di traverso. Su ognuno c’è un cadavere semi coperto dalle lenzuola. Alcuni in divisa lealista, altri in abiti civili, ma il giornalista dice che ci sono anche cadaveri di ribelli. Tutti feriti portati in ospedale nella speranza di salvarli, ma morti perché la struttura è rimasta isolata per i combattimenti.
Si sono salvati in pochi in una specie di reparto di cure intensive, dove sette coraggiosi, fra infermieri e medici, cercano di farli sopravvivere. Un uomo con la pelle scura, ferito all’addome, rantola rannicchiato nel letto. Un bambino che si è beccato una pallottola vicina alla nuca è stato operato e dovrebbe farcela. Fa con le dita il segno V di non si sa quale vittoria. Un altro civile racconta che cercava una macchina per scappare con la famiglia, quando è stato colpito. «Questa mattina ne sono morti altri due, quando è andata via la corrente», racconta lo studente infermiere in camice blu. «Dal quartiere di Abu Salim siamo riusciti ad evacuare due feriti gravi da un ospedale, ma oggi (ieri per chi legge, nda) non si riusciva ad entrare per le sparatorie», spiega da Bruxelles, Rosa Crestani, la coordinatrice del pool di emergenza in Libia di Medici senza frontiere, che da ieri ha 15 volontari a Tripoli. «Lo abbiamo visto a Bengasi, Misurata, Zlitan. Gli ospedali sono stati bombardati, le ambulanze colpite e le sanzioni bloccano anche le medicine salva vita» racconta la specialista delle emergenze. La Croce rossa internazionale ha evacuato 17 feriti dall’ospedale pieno di cadaveri ad Abu Salim. «Il centro traumatologico non è in grado di funzionare a causa dei combattimenti», conferma George Comninos, capo delegazione a Tripoli. «Succede sempre così: le varie fazioni portano i feriti nell’ospedale più vicino e spesso cacciano dai loro letti i pazienti normali», racconta Leopoldo Granata, rianimatore, che con l’ong Intersos è stato in Somalia e Iraq. «Ti arriva una dozzina di feriti alla volta - racconta Granata -. Se ne operi uno all’addome la sala operatoria è occupata per 3-4 ore e nel frattempo muoiono gli altri. Per non parlare di quando ti obbligano a curare il loro comandante anche se ha meno bisogno». Il problema è che gli ospedali, soprattutto nelle guerre civili, diventano «bersaglio di bombe e saccheggi e quando arriva un gran numero di feriti la struttura collassa».
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