Strage di Erba, tre indagati ma un solo sospetto

Gli investigatori sembrano puntare sul netturbino, vicino di casa delle
vittime. Ma lui e la moglie si difendono: "Fateci il test del Dna". I carabinieri del Ris pronti a consegnare in Procura i risultati degli
ultimi accertamenti. E intanto ripetono: "L’assassino conosceva bene
Raffaella"

Erba - Cercano tutti il netturbino Romano Olindo. Vogliono sapere se c’è anche lui fra i tre indagati per la strage di Erba. Sua moglie continua a ripetere che loro quella sera erano in pizzeria, che sono rientrati verso le 23. E che quindi loro non erano in casa quando quattro persone venivano massacrate nell’appartamento sopra al loro. La signora Rosi dice che lei e il marito sono pronti a farsi fare le analisi del Dna perché sono tranquillissimi e non hanno niente da nascondere. Loro non c’entrano niente con la strage di Erba, anche se confinano con la casa dove sono stati massacrati Raffaella Castagna, suo figlio di due anni, la mamma Paola e la vicina di casa Valeria Cherubini.
Ha parlato tutta settimana, la signora Rosi, ha continuato a raccontare delle liti con Raffaella e il marito Azouz Marzouk. Ha raccontato delle telefonate ai carabinieri che loro facevano spesso «perché quelli litigavano sempre». Ieri, però, la coppia si è stancata di parlare. «Mio marito indagato? Ma chi l’ha detto è un’invenzione. Adesso andate via che dobbiamo pranzare». E la porta di casa si è chiusa per tutto il giorno. Inutile bussare o citofonare, dalla casa del netturbino non c’è più niente da dire. E devono arrivare i carabinieri per mandare via l’esercito di giornalisti e il centinaio di curiosi che, fiutando l’aria di un imminente arresto, sono arrivati in via Diaz con lo stesso frenesia dell’11 dicembre, quando il massacro venne compiuto.
Eppure di arresti non ce ne sono stati. E i carabinieri hanno continuato a ripetere che gli indagati sono tre, tutti molto vicini e conoscenti di Raffaella. Sembra però che i tre nomi siano stati fatti perché la prova del Dna, che i Ris consegneranno tra domani e dopodomani in Procura a Como, non sia ripetibile. E quindi per farla era necessario avere subito i nomi di tutti i sospettati. Sul luogo del delitto sono state trovate tracce di sangue che non appartengono a nessuna delle vittime. Lì ci potrebbe essere il codice genetico, e quindi il nome, dell’assassino.
Dei tre, però, è su una persona soltanto che i magistrati credono di avere elementi sufficienti. C’è il vicino, appunto. C’è un uomo a stretto contatto con la famiglia di Raffaella Castagna. Il terzo è un extracomunitario, un amico di Azuoz.
Azouz, marito e padre di due delle vittime, sembra tranquillo anche in questa circostanza. Racconta delle liti che lui e la moglie avevano con la coppia che viveva vicino, ma da lì a dire che siano stati loro a massacrargli la famiglia ce ne corre. In apparenza non sembra avere desiderio di vendetta e, per la prima volta, si è anche tolto gli occhiali neri davanti alle telecamere. La paura degli inquirenti, però, è che scoperto il nome dell’assassino possa esplodere la rabbia. Il clima che si respirava ieri in via Diaz era che qualcosa stesse per succedere. Anche se i carabinieri sembrano sempre procedere con cautela fino a quando non troveranno la prova regina. E questa prova ancora non c’è. Quello raccolto fino ad oggi, però, sembra portare alla casa dei vicini. C’era stata una discussione tra la signora Rosi e Raffaella. La Castagna stava cercando di far addormentare il bambino, la vicina stava sbattendo i tappeti. Le aveva chiesto di far piano e, secondo quando raccontato dalla vicina, aveva perso la calma, le aveva buttato all’aria lo stendino e una poltrona e le aveva dato due schiaffoni. Poi, però, era intervenuto il marito della signora Rosi che aveva insultato Raffaella buttandolo a terra. Da lì la denuncia per lesioni, ingiurie e minacce per cui Olindo doveva comparire davanti al giudice due giorni dopo il delitto. Tutto potrebbe essere nato da lì. Anche se altri vicini, che conoscono bene i Romano Bazzi, ripetono «che è impossibile, perché un conto sono le liti di cortile, un conto è fare un strage».