Strage di Erba, va in onda il reality di Rosa e Olindo

Imputati per strage chiusi in gabbia. Ma dal momento in cui siedono vicini sembrano due innamorati al parco. Per l'accusa è tutto chiaro: <strong><a href="/a.pic1?ID=237604">&quot;La loro firma sui quattro cadaveri&quot;</a></strong>. <a href="/media.pic1?ID=343"><strong><font color="#ff6600">Guarda le foto</font></strong></a>

L’andatura caracollante, quel passo svelto, quasi furtivo cui eravamo abituati nei lunghi giorni del vuoto pneumatico, dopo la strage. I giorni dell’attesa della verità, davanti alla corte di via Diaz. Quello stesso giaccone verde, un po’ frusto, che è la sua coperta di Linus. Sono le 9,27 quando Olindo Romano, maglione marrone sopra una camicia jeans, pantaloni verdastri, calze bianche e mocassini marroni, sguscia dalla stretta delle guardie carcerarie e si infila, a capo chino, nella gabbia. L’ironia verrebbe facile: da una corte a un’altra Corte. Da una vita in penombra, delimitata dalle pareti di quella palazzina color ocra di via Diaz a Erba, alla sovraesposizione mediatica, effetto indotto di un delitto della porta accanto. Che ha imbrattato di sangue e di sgomento, ma anche di morbosa curiosità un intero Paese. Col rischio di non trovare vie d’uscita per il resto dell’esistenza terrena. Tantomeno quel cancello che oltrepassava con il camper, per evadere, con la sua Rosa.
Dall’incubo del frastuono, provocato dai vicini del piano di sopra, al silenzio conquistato con un anno di detenzione. Un anno trascorso a sfogliare la sua vita e quella lunga sera dell’11 dicembre come fossero le pagine del suo testo di riferimento: Diabolik. Lampi di sensazioni. Che evaporano nella cappa grave dell’aula nel giro di 75 secondi. Il tempo che Olindo venga raggiunto in gabbia, nella stessa gabbia, dal dono più gradito: Rosa. E così, magicamente, la vita ricomincia. Poco importa ciò che sta fuori da quei tre metri per due, oltre le sbarre. Bastano loro a loro stessi: Olindo a Rosa, Rosa a Olindo. È sempre stato così. Anche prima di quella sera, inzuppata di sangue. Due o tre metri di spazio in più o in meno non fanno la differenza, si capisce da come si appiccicano per un’inquietante, magnetica attrazione, fin dal primo istante del rincontro. E così ecco che Rosa Bazzi, stretta in quel maglione bianco, jeans, calzerotti grigi e mocassini marroni, comincia con le tenerezze che annientano Olindo. Eccola che passa e ripassa la mano tra i suoi capelli, gli si accovaccia addosso come una gatta impegnata nelle fusa. Sorride, Olindo. L’omone che in carcere ha perso sì qualche chilo, ma non quei venti di cui si favoleggiava. Sorride e ammicca. E poi via con le prime di tante confidenze sussurrate, perché nemmeno le guardie carcerarie, che punteggiano il perimetro della gabbia possano ascoltare. Potrebbero essere due innamorati al parco, sulla panchina. E non sulla panca degli imputati. Lui che le sussurra una frase all’orecchio, lei che si accende con un sorriso. Il primo di tanti sorrisi che, mano nella mano, nelle 9 ore di udienze si scambieranno accompagnati spesso da carezze. E dalle premure di Rosa che ogni tanto, come fosse una sua mania rimette a posto il colletto già a posto della camicia di Olindo.
Lui non sembra più quel timidone dall’aria smarrita, che non vedeva l’ora di infilare il portone di casa per sfuggire all’assedio. Sostiene qualsiasi sguardo incroci. Come fa col mio, che sono lì a fissarlo a distanza ravvicinata. Non c’è espressione di sfida nei suoi occhi. Piuttosto si potrebbe definire curiosità. La stessa di Rosa. Che si guarda attorno con quell’atteggiamento da portinaia ficcanaso che aveva nella corte di via Diaz. Guardano il film del loro film, con l’attenzione che merita un giallo. Rosa tormenta le maniche del suo maglione, sembra il gioco di una ragazzina serena. Solo quando il presidente Bianchi dice sì ai fotografi per qualche minuto e l'assalto dei flash è insopportabile, lei si gira e tiene il capo abbassato verso il muro stringendosi ancor più al marito.
Un panino da smozzicare in due quando sono le tre del pomeriggio, con Rosa che imbocca teneramente Olindo. Parla e parla Rosa. E Olindo annuisce. Il resto non conta perché tutto il loro mondo è lì, nel loro esclusivo spazio. Vien da pensare che, se concedessero loro il privilegio di una cella con letto matrimoniale ci potrebbero passare tutta la vita in carcere senza sentirsi mancare l’aria. Perché a loro basta respirare la stessa medesima aria. Sono le 15,43 quando, esaurite le eccezioni, il presidente dichiara aperto il dibattimento. E legge i pesantissimi capi d'accusa: «... Perché in concorso e di concerto tra loro cagionavano la morte del piccolo Youssef recidendogli la carotide... perché in concorso tra loro...». Ascolta impassibile Olindo, scuote la testa Rosa. E intreccia sulle labbra un enigma d’espressione. Qualcosa più di una smorfia, qualcosa meno di un ghigno.
Gabriele Villa