«Dopo la strage a Linate è cambiato tutto»

nostro inviato a Busto Arsizio
Oggi è il quarto anniversario della strage di Linate. Il 16 aprile 2004 alle ore 15, Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione del Tribunale di Milano, ha condannato a otto anni di reclusione il controllore di volo Paolo Zacchetti e il direttore dell’aeroporto Vincenzo Fusco, 6 anni e mezzo all’amministratore delegato dell’Enav Sandro Gualano e al responsabile Enac dell’aeroporto Francesco Federico. Il giorno 24 ottobre inizierà il processo di Appello. L’avvocato Cesare Cicorella difende Paolo Zacchetti.
Avvocato, quanto è passato dalla strage di Linate?
«Quattro anni».
Quante udienze?
«Circa una cinquantina».
A quante ha partecipato Paolo Zacchetti?
«A tutte».
Quante volte ha avuto la possibilità di prendere la parola?
«In linea teorica avrebbe potuto fare dichiarazioni a titolo personale in qualsiasi momento».
Ha risposto al Giudice?
«Mai».
Glielo ha consigliato lei?
«Una scelta sua che l’avvocato ha accettato condividendola».
Si può conoscere?
«Risposta complessa. Prendere la parola lo avrebbe costretto a difendersi».
In molti sono convinti che con il suo silenzio, Zacchetti copra qualcuno...
«Lo escludo. Anche se non sarà mai lui ad accusare».
Accusare chi?
«Non pensa che qui ci sia in gioco Milano? Intendo la sua efficienza, il suo ruolo, la sua ricchezza, la punta di diamante del progresso in Italia? La città simbolo non può essere d’accordo con questa fragilità che nessuno immaginava e la sentenza di primo grado è stata la più alta mai emessa per un reato colposo. Una lezione per tutti».
Si spieghi.
«La sentenza di primo grado ha confermato la responsabilità di tutti gli imputati, Zacchetti rimane l’ultimo anello di questa catena. Ma se tutto il resto non funzionava come si può addebitare a un controllore di volo la responsabilità così pesante di 118 morti?».
Lui istruiva il Cessna...
«L’aeroporto dopo l’incidente è stato ribaltato, segnaletica a terra, luci, barre antintrusione, ora c’è un radar che funziona, sono stati cambiati perfino i nomi dei raccordi e delle vie di rullaggio. Oggi c’è tutta un’organizzazione strumentale in grado di impedire che avvenga un altro 8 ottobre».
Ma era lui che dava istruzioni al Cessna...
«Bisogna ascoltare l’intera registrazione di quella mattina, non ci si può fermare al momento in cui il pilota tedesco dichiara di trovarsi su Sierra Four. Precedentemente ci sono una serie di domande che Zacchetti pone al pilota tedesco e alle quali riceve risposte affermative. Nelle registrazioni Zacchetti non è mai preoccupato e il pilota tedesco non dà mai segni di sentirsi in difficoltà. Credo che nessuno dei due avesse il minimo dubbio di trovarsi su R5, il raccordo giusto».
Quindi?
«Si dà per scontato che Zacchetti commetta un errore, ma non si è mai analizzato quale errore. Qualcuno sa in quali condizioni era ridotta la torre di Linate prima dell’incidente? Alla fine della seconda guerra, gli inglesi avevano lasciato il loro radar di terra a Linate proprio perché lo ritenevano fondamentale nelle giornate di nebbia. Possibile che l’efficiente Milano se ne sia scordata. Credo che l’errore di Zacchetti sia stato accettare di lavorare in quelle condizioni».
State puntando in alto?
«No, il giudice ha già escluso che chi sta sopra Zacchetti abbia fatto il suo dovere. Zacchetti rappresenta solo sé stesso, è il fattore umano. Siamo in un’aporia generale nella quale è difficile discernere, Zacchetti è lì in postazione ground e il Cessna che sta istruendo invade la pista: la sua è la posizione più semplice da codificare».
Il giorno 24, Zacchetti parlerà?
«Dipende solo da lui».