Strage di Madrid, arrestato il padre di una delle vittime

Il marocchino avrebbe favorito la fuga di uno dei capi del commando

Gabriele Villa

Difficile dire a che cosa stia pensando, in questo momento, Abdenneri Essebar. Certo se il suo Dio, Allah, che merita il massimo del rispetto, intendiamoci, non si è distratto, è probabile che qualche rimorso glielo abbia procurato in queste ore. Tempo ne ha, per riflettere, d'altra parte, Abdenneri Essebar, nato a Fez, città imperiale del Marocco, 40 anni fa. Solo, dentro, la sua cella, nel carcere di massima sicurezza di Soto del Real, a Madrid. Misurando, passo dopo passo quella cella, scrutando le pareti che sfumano nel nulla, indovinando la vita e il sole dietro le sbarre, può cominciare, per esempio, a domandarsi come abbia potuto aiutare l'uomo che avrebbe dovuto odiare di più al mondo. L'uomo che ha ucciso la sua figliastra, la ragazzina che lui aveva visto crescere in casa, accanto a Jamila ben Salah, la donna che ama, o che dice di amare, che tre anni fa è diventata sua moglie.
Perché quella ragazzina che gli saltellava per casa, spalancando gli occhioni nerissimi davanti ai sogni e ai progetti di un domani migliore, non c'è più. È saltata in aria la mattina dell'11 marzo 2004, quando, come tanti altri spagnoli inermi e innocenti, stava semplicemente viaggiando in treno per raggiungere la stazione di Atocha. Per andare a scuola, come tutte le mattine, al Collegio «Juan de la Cierva». Uccisa. Fatta a pezzi dalla furia omicida che nessun Dio, che si chiami come si chiami, può tollerare. Che nessun giudice può perdonare o giustificare. Aveva tredici anni, Sanae ben Salahe, e nel suo zainetto, in quel che restava dello zainetto, la madre ha ritrovato un diario con le frasi tenere di una bambina che non è più bambina, di una donna che non è ancora donna. E adesso? Adesso la storia di un vicepadre affettuoso e di un marito premuroso, la storia di un uomo distrutto dall'angoscia che, nelle ore drammatiche di quel tragico 11 Marzo di un anno fa, quando le bombe dei terroristi islamici misero in ginocchio la Spagna, aveva girato in lacrime, da un ospedale all’altro, sperando di ritrovare in vita quella ragazzina che amava o diceva di amare, non regge più. È deragliata, all’improvviso, qualche giorno fa, quando il giudice Juan del Olmo, che indaga sui fatti dell’11 marzo del 2001, ha arrestato Abdenneri Essebar con l’accusa di favoreggiamento perché avrebbe organizzato logisticamente la fuga dalla Spagna di Mohamed Afalah, autorevole membro della cellula terroristica che piazzò le bombe quella mattina a Madrid.
Le domande a questo punto possono essere tante. Essebar era o è anch’egli un militante della Jihad? Conosceva già Afalah? Sapeva che cosa aveva fatto? Sapeva che era stato lui direttamente o indirettamente ad uccidere la sua figliastra? È molto probabile che il giudice Juan del Olmo, che conosciamo come uomo determinato e puntiglioso, pretenda da Essebar una risposta plausibile a queste e a tante altre domande.
Ma una risposta ai suoi perché, pretende giustamente dal marito anche Jamila ben Salah, 45 anni, residente in Spagna da venti, che quella bambina, lei sì, l’ha adorata dal primo istante. «È impossibile, impossibile che Abdenneri possa aver fatto una cosa simile, come può aver stretto la mano all’uomo che ha ucciso una persona della sua famiglia?», ripete tra i singhiozzi, Jamila. Poi passa in rassegna la sua vita e questi tre anni, trascorsi con l’uomo che adesso è in carcere, schiacciato da accuse pesanti. «Abdenneri sembrava davvero distrutto dal dolore quando ha scoperto che Sanae era morta negli attentati. Non mi ha lasciato sola un istante in quelle ore e in quei giorni di strazio. La polizia ha sequestrato in casa nostra libri e materiale religioso, è vero, ma mio marito non è mai stato un fondamentalista. Musulmano certo, ma uno di quei musulmani, come ce ne sono tanti, che interpretano i precetti coranici non proprio alla lettera, che non riescono ad imporsi regole ferree. Tanto che ero io, spesso, che lo invitavo ad osservare, per esempio, l’astinenza da certi cibi e dagli alcolici come impone la nostra religione». Eppure.
Eppure la polizia spagnola si è convinta, prove alla mano, che Essebar, lavorasse come «ufficiale di collegamento» tra Mohamed Afalah e un altro terrorista dal lungo curriculum, Mohamed ben Sellam. Difficile dire che cosa stia pensando in questo momento Abdenneri Essebar. Chissà se, in cella, su quelle pareti che sfumano nel nulla, rivede almeno la foto di una bambina dagli occhi nerissimi. Che gli sorride, e stringe tra le mani il suo orsetto di peluche.