Strage alla Moschea Rossa: almeno 19 morti a Islamabad

Il premier Al Maliki, rafforzato dai risultati contro l’organizzazione di Osama al nord e contro gli uomini di Moqtada al Sadr al sud, diventa «il pacificatore»

da Islamabad

Il Pakistan torna a sanguinare. Sono almeno 19 i morti e 40 i feriti nell’attentato suicida avvenuto ieri pomeriggio a Islamabad. Il giovane kamikaze aveva come obiettivo un gruppo di poliziotti che garantivano la sicurezza durante una manifestazione di fondamentalisti, che commemoravano il primo anniversario del tragico assalto dell’esercito alla Moschea Rossa. Qui dal 4 al 10 luglio 2007 si erano asserragliati circa mille militanti islamici, considerati vicini ad Al Qaida e ai talebani, armati fino ai denti. Negli scontri erano morte un centinaio di persone, in gran parte integralisti, ma anche numerosi soldati, donne e bambini.
Inneggiando ai «martiri» e scandendo slogan per «l’impiccagione» del presidente Musharraf, i manifestanti si erano raccolti sin dalla prima mattina intorno a quella che in Pakistan è nota come Lal Masjid. Un imponente dispositivo di sicurezza era stato allestito intorno alla moschea, inaccessibile in auto. Quindici minuti dopo l’appello a disperdere la manifestazione, il contingente di polizia intento a incanalare la folla è stato preso di mira da un «kamikaze a piedi», che si è fatto saltare in aria.
Il capo di Stato Pervez Musharraf, a cui i fondamentalisti non perdonano l’alleanza con gli Stati Uniti, ha condannato con forza l’attacco e ribadito il suo impegno per sradicare ogni forma di terrorismo.
La Lal Masjid, e la collegata madrassa (scuola islamica) Jamia Hafsa, hanno tenuto sotto scacco il governo dell’ex generale dal gennaio al luglio 2007, quando hanno lanciato una campagna di «talebanizzazione» del Pakistan, mirata alla piena introduzione della sharia.