La strage in Pakistan: premier e presidente l’obiettivo dei terroristi

Prima di dirigersi all’hotel Marriott i kamikaze avevano cercato di avvicinarsi alla casa del primo ministro, dove era in corso un vertice. L'ombra di possibili complicità dei servizi di sicurezza

L’unica certezza, anche senza una rivendicazione, è la firma di Al Qaida. Ma non basta. I resti carbonizzati dell’«hotel inferno», di quel Marriott considerato fino a sabato sera il luogo più protetto d’Islamabad, sono adesso il simbolo dei mille misteri pachistani. Il video dell’attentato ripreso dalle telecamere dell’albergo dimostra le falle dell’apparato di sicurezza studiato per garantire l’incolumità di diplomatici, dignitari e uomini d’affari abituati a darsi appuntamento al Marriott Hotel. Il video parla chiaro. Alle otto e qualcosa il camion imbottito con 600 chili d’esplosivo, granate e proiettili d’artiglieria, celati sotto detriti e calcinacci, infila indisturbato l’ingresso e s’incastra su una seconda barriera automatica a venti metri dalla reception. Solo a quel punto, nonostante il precedente attentato suicida del gennaio del 2007, soldati e guardie tentano d’avvicinarsi, ma il guidatore kamikaze li mette in fuga facendo esplodere il giubbotto esplosivo che indossa. Un attimo dopo la seconda gigantesca esplosione, udita a 16 chilometri di distanza, trasforma in pira collettiva le trecento stanze e i quattro ristoranti del Marriott.

In quel rogo scompaiono l’ambasciatore ceco Ivo Zdarek, un diplomatico danese, due militari americani e una cinquantina di pachistani. Mentre si scava ancora tra le macerie e il bilancio di 53 morti e oltre duecento feriti resta drammaticamente provvisorio, il Pakistan si interroga sui reali obiettivi dell’attentato. Stando a molti testimoni e ad una dichiarazione dello stesso premier Yousuf Reza Gilani il camion, prima di approdare al Marriott, avrebbe tentato di oltrepassare le barriere erette davanti alla residenza del primo ministro dove era in corso un banchetto serale da fine digiuno di ramadan a cui partecipava il neo eletto presidente Asif Alì Zardari.

Colpendo lì Al Qaida avrebbe decapitato la nazione, eliminato la nuova guardia salita al potere sull’onda dell’emozione per l’assassinio di Benazir Bhutto. La strage eccellente avrebbe vendicato indirettamente anche l’ex presidente Pervez Musharraf, costretto alle dimissioni da quegli eredi di Benazir sempre pronti a sottolineare le sue ambigue collusioni con il Direttorato dell’Isi (Inter Services Intelligence) e con quei generali dei servizi segreti sospettati di «coprire» il terrore integralista. Non più tardi dello scorso giugno il premier Gilani e il «vedovo» di Benazir Bhutto, diventato poi presidente, avevano cercato di sottomettere l’Isi al controllo del ministero dell’Interno, ma erano stati costretti a far marcia indietro dal durissimo intervento di Musharraf e di alcuni generali. E a fine luglio l’intelligence americana aveva sollevato nuove ombre sull’operato dell’Isi, diffondendo le prove del coinvolgimento di alcuni suoi funzionari nell’attentato terrorista all’ambasciata indiana di Kabul.

Anche la facilità con cui il camion è riuscito a superare le barriere del Marriott fa, del resto, pensare alla collaborazione di qualche insospettabile. Alcune voci parlano di un attentato destinato a colpire alcuni agenti della Cia arrivati da poco nella capitale pachistana per coordinare, d’intesa con governo ed esercito, una serie di nuovi attacchi ai santuari di Osama Bin Laden disseminati nelle aree tribali e al confine con l’Afghanistan. E ieri sera l’ambasciata americana ha indirettamente contribuito ad alimentare quelle voci confermando che due degli americani sepolti tra le macerie del Marriott appartenevano al suo personale militare.