Strage senza precedenti in Irak: un camion-bomba fa 135 morti

Spaventoso attentato in un mercato all’aperto della zona sciita di Bagdad: usata una tonnellata di esplosivo, crollano due palazzi

Se perfino il Grande ayatollah Sistani, massima autorità degli sciiti iracheni, si è scomodato dopo mesi di silenzio per invocare la fine dei massacri tra opposte fazioni musulmane del suo Paese vuol proprio dire che si è passato il segno. E ieri, davvero, in Irak è accaduto qualcosa di molto più grave dei “soliti”, agghiaccianti episodi quotidiani di sangue la cui regolarità spinge ormai giornalisti e lettori al cinismo dell’indifferenza: è stato perpetrato in assoluto il più sanguinoso attentato da quasi quattro anni a questa parte: 135 morti accertati, oltre 300 feriti molti dei quali gravissimi.
La dinamica dell’attentato non è molto diversa da quella di tanti altri: un grosso camion strapieno di esplosivo (esperti hanno stimato che a bordo ce ne fosse addirittura una tonnellata, nascosta da uno strato di verdure) guidato da un terrorista suicida è piombato sulla folla nel mercato all’aperto di Sadriya, una zona prevalentemente sciita del centro di Bagdad.
Il luogo era già stato teatro di un simile massacro nel mese di dicembre: allora morirono 51 persone. Ieri la deflagrazione è stata potentissima e ha avuto come risultato una raccapricciante carneficina e la distruzione di molti negozi. Perfino i palazzi che si affacciavano sul mercato sono stati gravemente danneggiati e due sono addirittura crollati. Il bilancio delle vittime è, come si diceva, senza precedenti.
La strage ha avuto come effetto il collasso degli ospedali della capitale, che non sono riusciti a sostenere l’enorme afflusso di feriti e mutilati. Scene di caos assoluto si sono viste al più attrezzato posto di pronto soccorso, quello del Kindi, che ha presto esaurito i posti a disposizione e ha iniziato a rifiutare i feriti che continuavano ad arrivare, costringendo le ambulanze a dirigersi verso al
Come purtroppo è ormai diventata la norma, il grande attentato è stato accompagnato da una serie di sanguinosi episodi minori. Addirittura sette autobomba sono state fatte esplodere a Kirkuk, città del nord dove è forte la componente etnica curda (“solo” due morti e 28 feriti); due autobomba a Mosul, una delle quali lanciata contro un’ambulanza intervenuta per soccorrere i feriti provocati dalla prima: a questo ha fatto seguito una serie di attacchi contro le forze di sicurezza, con un bilancio di cinque morti e diversi feriti; a Samarra, la città in cui un anno fa fu distrutta la moschea sciita dalla cupola d’oro, scontri interconfessionali hanno causato nove morti. E facciamo grazia di altri, lugubri episodi “minori”.
In Irak, insomma, è in corso una guerra civile, o meglio più d’una contemporaneamente, come notava pochi giorni fa il ministro della Difesa americano Robert Gates. Il premier iracheno al-Maliki ha accusato della strage al mercato estremisti sunniti nostalgici di Saddam; il portavoce del suo governo, Alì Dabbagh, ha puntato l’indice contro Damasco, sostenendo che «la metà dei terroristi che compiono attentati in Irak vengono dalla Siria»; e il generale al-Jabari, responsabile dell’antiterrorismo iracheno, ha proposto l’espulsione «di tutti gli arabi stranieri».
Intanto George Bush ha accettato l’invito dei deputati democratici ed è andato a parlare a un loro seminario in Virginia: ha ammesso che il suo piano sull’Irak «ha provocato molto dibattito» e ha dato ragione alla speaker della Camera Nancy Pelosi che lo ha invitato a premere su al-Maliki affinché faccia di più. Ha anche raccolto qualche applauso.