Stragi naziste, Germania condannata a pagare

Per la Cassazione lo Stato tedesco dovrà risarcire nove familiari
delle vittime degli eccidi di Civitella nel 1944. Ma il legale di Berlino avverte: "Non vale nulla"

In attesa che i discendenti di Vercingetorige e del druido Panoramix facciano causa allo Stato italiano per le ribalderie commesse nella Gallia Transalpina dai pretoriani di Cesare, e che il colonnello Gheddafi, sentendo le novità, ringalluzzisca, chiedendo la quadruplicazione dei danni di guerra e la contestuale edificazione, che prima non gli era venuta in mente, di quattro Gardaland sulla costa da Bengasi a Tobruk, converrà memorizzare questo esoterico, sensazionale punto di vista della Cassazione. Converrà, prima di dare avventatamente del pazzo a Gheddafi e ai galois di Avignone e di Grenoble.

Il punto di vista in questione, espresso da tale dottor Roberto Rosin, rivestito dei panni del procuratore generale militare, e fatto proprio dai giudici della prima sezione penale della Cassazione, è che la Germania risarcisca i danni morali patiti dai familiari delle vittime civili uccise, in azioni di rappresaglia, dai militari tedeschi in Italia durante la Seconda guerra mondiale. E tutto questo perché gli accordi economici risarcitori, firmati dall'Italia e dalla Germania nel 1947, e poi nel 1971, comprendono solo i danni per la deportazione degli ebrei.

Per la famosa legge della reciprocità, non ci stupiremmo se un drappello di fantasiosi azzeccagarbugli mettesse in piedi una causa pazzesca nei confronti dell'Ungheria, i cui antenati, gli Unni, al comando di tale Attila, detto flagellum dei, fecero carne di porco da Verona fino a Ravenna intorno all'anno 400. Insomma, si annuncia una Babele giuridica ed enigmistica non priva di un certo spasso, se non fosse per la luttuosa materia in questione.

Si parlava, ieri in Cassazione, della strage nazista avvenuta il 29 giugno del '44 a Civitella, Cornia e San Pancrazio (Arezzo) nella quale furono uccise 203 persone. Gli anziani, le donne e i bambini nelle rappresaglie ci sono sempre, ma c'è l'uso di puntualizzare. Dunque, sì: c'erano anziani, donne, bambini.

Respingendo il ricorso con il quale la Germania contestava di poter essere chiamata in causa, la Cassazione ha dato pollice verso a Berlino. Sentenza esplosiva, senza precedenti, che rischia appunto di dare la stura a un rosario di rivendicazionismi sulla cui retroattività sarà stupendo, per gli appassionati del capello spaccato in quattro, arrovellarsi.

Il processo in questione vedeva sul banco degli imputati un altro vegliardo del Terzo Reich, herr Max Josef Milde, 88 anni, già condannato all'ergastolo, in appello, nel settembre del 2007, e al pagamento, in solido con la Repubblica federale, di 800mila euro. Trattandosi di cifra tutto sommato modesta - ed essendo la Germania fermamente decisa a non scucire un ghello, come ha già fatto sapere l'avvocato Augusto Dossena, che rappresentava la RFT - il sostituto procuratore generale Rosin ha avuto una seconda, non meno strampalata alzata d'ingegno.

Seguite il ragionamento: colpevoli sono herr Milde e la Germania, dice Rosin. Su questo non ci piove. Ma poiché i nove familiari che si costituirono parte civile rischiano seriamente di restare con un palmo di naso, pur avendo vinto la causa a mani basse, perché non chiedere a Pantalone, cioè alla generosa, comprensiva, effusiva Italia - questo è il ragionamento di Rosin - di provvedere alla bisogna? E questo, si badi, non solo nel processo de cuius. Ma anche in tutti quelli a venire. Perché altri ce ne sono, sapete?, che aspettano di venire al traguardo, sessant'anni dopo i fatti. Domanda, che sui due piedi non pare peregrina: perché dovremmo pagare noi per i crimini di altri? Perché in Germania - è il punto di vista del generoso dottor Rosin - i delitti commessi dagli ex nazisti, come è avvenuto recentemente nel caso di alcuni ufficiali responsabili della strage di Cefalonia, sono considerati delitti comuni e vengono dichiarati prescritti. Perché viene un momento - ovunque, ma non in Italia - in cui si punta a chiudere con il passato.

Gioisce naturalmente il sindaco di Civitella, Massimiliano Dindalini, invitando i familiari di vittime di altre stragi a farsi avanti. Si sente «ripagato del coraggio» di aver fatto causa il nipote di uno dei fucilati, Roberto Alboni. Esultano gli ex deportati, che nella sentenza vedono un segnale di speranza: «Ci permetterà di vincere la nostra class action e di ottenere il meritato indennizzo». Ma l'avvocato Dossena, legale dei tedeschi, sorride gelido. «La decisione della Cassazione resterà lettera morta - spiega - perché la Germania non riconosce una sentenza che nega l'immunità giurisdizionale che le è stata riconosciuta da tutti gli altri Stati, e perché non ha beni aggredibili in Italia».