Strambe avventure di un ragazzo tra i motori di ricerca

Una nuova opera ironica e divertente di Douglas Coupland

Se ti chiami Douglas Coupland e il tuo nome viene sempre abbinato a quel Generazione X uscito dalla dimensione letteraria e diventato un termine a tutti gli effetti nei vocabolari degli anni Novanta, nel momento in cui scrivi di tecnolavoratori dell’era di Internet, stai creando la Generazione Google. Le nuove creature hanno fra i venti e i trent’anni, sono menti veloci imbevute di cultura pop, e più abituate a trovare in pochi secondi ogni genere di informazione sul motore di ricerca che a fare qualsiasi altra cosa, incluso avere normali relazioni interpersonali.
Le loro giornate di lavoro nell’azienda sulle pendici di Vancouver, riconoscibile come il colosso dei videogiochi Electronic Arts, sono soprattutto all’insegna delle deliranti navigazioni Internet alla ricerca dei siti più trash e cruenti, delle competizioni a caccia di errori in liste infinite di numeri primi, della gara a chi riesca a vendere se stesso al meglio su eBay. Dieci anni dopo Microservi, in cui giovani brillanti professionisti dell’informatica lavoravano come pazzi passando tutto il loro tempo in azienda con fiducia assoluta nel potere della tecnologia, Coupland propone «il Microservi dell’era di Google» JPOD (Frassinelli, pagg. 528, euro 17): surreale, divertentissimo, cattivo, senza una vera trama se non una vorticosa successione di vicende l’una meno plausibile dell’altra ma non per questo inverosimili, come sempre pieno di invenzioni linguistiche e di citazioni perfette del mondo in cui viviamo.
Il protagonista Ethan Jarlewski avrebbe come obiettivi uno scatto di carriera e la conquista di una nuova collega, ma è più impegnato a: aiutare la madre a seppellire un fastidioso motociclista fulminato per errore nella serra domestica in cui lei coltiva marijuana, sopportare le bizzarrie del padre pensionato con velleità di attore di fiction nonché campione di balli standard, sistemare i venti immigrati cinesi che il fratello immobiliarista gli ha parcheggiato in casa per fare un favore al malavitoso orientale Kam Fong...
In questo scenario non troppo insolito per chi frequenta Coupland, l'autore si inserisce nelle conversazioni tra i personaggi fin dalla prima pagina, citato solo per essere sbeffeggiato, e a un certo punto entra in scena nella storia come soggetto detestabile di scarsa correttezza, privo di scrupoli morali come tutti gli altri personaggi. «Vivi in un mondo amorale e affascinante» scrive a Ethan «ma so anche che la tua vita è quella di un abitante tipo di Vancouver, quindi c’è poco da giudicare». In realtà il Coupland autore gareggia con se stesso per essere più avanti di chiunque nell'analisi della realtà in cui viviamo e farne la più sofisticata delle parodie. Ne smonta i pezzi a tal punto da volerci far pensare che non ci possa essere una vita fatta di convinzioni e di valori perché ormai la vita è da vivere alla rinfusa dentro quello schermo a cristalli liquidi, e che la nuova generazione di professionisti della tecnologia, questa Generazione Y, altro non è che una accolita di personaggi strambi, non interessati a proiettarsi nel futuro con propri progetti, senza domande da porsi se non i trivia sul web. Il romanzo, senza dubbio uno dei più divertenti dell'ultimo anno, esilarante e fuori di testa, non ha ricevuto critiche troppo entusiaste all'uscita in America, e ha deluso molti tra i fan di Coupland. Senz'altro non è libro da piacere a tutti, e chi è lontano per età e cultura dal mondo di Internet e di Coupland, troverà difficile appassionarsi. Ma la geniale operazione narrativa sta proprio nel realizzare un libro che pare tirato via, sconclusionato, pieno zeppo di giochetti linguistici e grafici presi in prestito dalla rete, con l'intenzione di sintonizzarlo perfettamente in questo modo alla realtà post-post-post-moderna che cerca di descrivere. Cerca, per l'appunto, perché l'unico punto fermo è che si tratta di una realtà così scombinata da essere difficile da racchiudere anche solo in una definizione, e Google alla fine ne resta l'unica certezza.