Lo strambo futurista che disegnava poesie

Finì in carcere per le sue idee. Non però con l’aureola del martire, ma come semplice ladruncolo.
Il 21 agosto del 1911 era stata rubata nel museo del Louvre la Gioconda di Leonardo. La polizia, esterrefatta, brancolò nel buio per settimane. Prima di scoprire il ladro, l’operaio italiano Vincenzo Peruggia, fu indagato alla rinfusa mezzo mondo. All’inizio si pensò a un dispetto dell’imperatore tedesco Guglielmo II che era ai ferri corti con i francesi nell’imminenza della Grande Guerra. Sfumata questa pista cervellotica, cominciarono i guai per i parigini. Tutte le mattine, scorrendo il Figaro, ogni lettore temeva di trovare il proprio nome fra quelli sospettati del trafugamento. Finché le indagini cominciarono ad appuntarsi sulla comunità straniera. Il 7 settembre i questurini piombarono in casa del Nostro e lo arrestarono. L’indagato corrispondeva esattamente all’identikit che la fantasia degli inquirenti aveva disegnato del ladro: un non francese un po’ pazzotico.
Wilhelm Kostrowitsky, questo il suo nome, era un romano de’ Roma, nato da augusti lombi, ma frutto d’alcova. Il padre, Francesco Flugi d’Aspermont, era un aristocratico ufficiale di Franceschiello, il sovrano detronizzato delle Due Sicilie. La madre una sciagurata contessina polacca che non solo non riuscì a farsi sposare dal seduttore, ma neanche a fargli riconoscere il figlio. Fu così che il Nostro prese il cognome della mamma e dopo essere nato, cresciuto e avere studiato nella capitale d’Italia seguì la genitrice in Francia. Dopo un soggiorno in Costa Azzurra, entrambi - più un fratellino nato nel frattempo da un’altra avventura materna - si stabilirono a Parigi. Qui il Nostro entrò nel giro degli artistoidi che pullulavano nella Ville Lumière in quei fecondi primi del ’900. Geniali e spiantati, costoro vivevano di espedienti in attesa che arridesse successo alla nuova estetica che gli frullava nei cervelli.
Il romano si francesizzò, senza però dimenticare le origini. Fu così che, versato com’era tanto nella poesia quanto nel disegno, dopo aver lanciato l’ignoto Pablo Picasso, fece conoscere la pittura metafisica dell’italo-greco Giorgio De Chirico. Soprattutto, però, strinse amicizia con Filippo Tommaso Marinetti, il futurista mattoide che voleva fare piazza pulita dell’arte del passato. E fu proprio questo legame che lo fece entrare nel cerchio delle indagini sulla Gioconda sparita.
Non sapendo più che pesci pigliare, la Sûreté se la prese, infatti, con Kostrowitzky in base al seguente teorema: era futurista; slogan dei futuristi era distruggere i capolavori dei musei per fare spazio all’arte nuova; ergo Kostrowitzky aveva preso la Gioconda per lasciare libero il posto a qualche faccia picassiana con tre nasi o altre simili mostruosità.
Dunque un «arresto ideologico» e, almeno fin qui, una gratuita illazione poliziesca. Ma, purtroppo per il Nostro, suffragata da un dato di fatto. Kostrowitzky aveva, infatti, al proprio servizio un segretario belga, tale Gery, che aveva già rubato delle statuette al Louvre. C’era perciò un precedente specifico. Inoltre questo Gery, un esibizionista imbecille, si era autoaccusato con una lettera alla polizia anche del furto della Gioconda. Poi era sparito. Fu così che il Nostro, sospettato di complicità con l’incosciente segretario, finì in galera e vi rimase finché non fu stabilito con certezza che a prendere la Gioconda era stato Peruggia.
L’avventura, per quanto spiacevole, non incise sulla psiche del Nostro più di quanto non fosse già bizzarra. Innamorato dell’avanguardia, l’italo-franco-polacco inventò una poetica che chiamò «parole in libertà». Prescindendo dal senso, accostava casualmente le parole per creare associazioni inattese. Il procedimento prese il nome di «scrittura automatica». Era come se - definizione sua - «l’immagine vergine fosse portata sul becco da un uccello ebbro». Non avrebbe potuto dire meglio. Poi, cominciò a scrivere poesie che disponeva sulla pagina in modo da formare disegni: pipe, getti d’acqua, frecce, ecc. Le chiamò «calligrammi».
Nel 1914, Kostrowitzky partì per il fronte con spirito futurista, esaltando la «bella» guerra «purificatrice dell’umanità». Fu ferito alla testa. Bendato, lo ritraggono la maggior parte delle foto che ci restano di lui. Rientrato a Parigi nel 1918, si accinse a sperimentare nuovi linguaggi. L’anno stesso, però, il destino si presentò all’uscio. Giunse sotto forma di febbre spagnola e lo uccise trentottenne.
Chi era?