Strampalato e geniale autore, fedele alla libertà

Prima di morire, nel 1963, riuscì anche a pubblicare «Poesie della fine del mondo», lucida istantanea di un’Italia maneggiona

Invece di recriminare sul proprio destino di esclusione decretato dalla «repubblica delle lettere», Antonio Delfini passò il proprio tempo a ghignare di gusto. Quella dell’incendiario trasgressivo e al tempo stesso dolente è una tradizione, del resto, che il Novecento italiano ha enfatizzato. Divertimento, satira e deformazione: da Palazzeschi in poi passando attraverso Bontempelli e Landolfi, questi sono gli stili scelti da tutta una bizzarra congrega di intemperanti per avventurarsi nel dedalo del mondo e dell’uomo contemporaneo.
Ma Delfini, grazie alla sua formazione di autodidatta onnivoro, traghettatosi dalle sonnolenze solariane a un realismo intriso d’immaginazione, impastò una ricetta tutta sua, farneticante e senza regole. Il fanalino della Battimonda, il libro che apparve sulle fascistissime Edizioni di Rivoluzione nel 1940, fu la sintesi del suo esperimento letterario: una trascrizione apparentemente insensata di stati d’animo, un accumulo surrealistico di insulti alla sintassi.
«Una sera (a Modena) ormai esaurito da una vita sconclusionata e stupida (provinciale in effetti), sedutomi al tavolo dopo aver strimpellato il pianoforte (secondo la pratica lautreamontiana), presa in mano la penna, riempii ventidue pagine con virgole, punti e periodi, nel tempo di circa tre ore. Era nata la prima parte del Fanalino della Battimonda e la vergogna d’averlo scritto». Così ricorderà l’autore, dopo che quell’astruso «scartafaccio» aveva più volte rischiato il fuoco. Era un gioco, come tutta la produzione letteraria di questo strampalato e geniale scrittore, condannato all’emarginazione dal suo stesso anarchismo.
Cresciuto nell’ombra di una provincia padana indolente e febbrile, Delfini fece dell’ossimoro la propria originale visione della vita. Nel dopoguerra, si tuffò nella politica, dichiarandosi comunista, ma deridendo gli ottusi rivoluzionarismi dei suoi compagni immaginari; sognò di unire destra e sinistra, monarchici e marxisti, ma finì per fondare un giornale dal titolo Il Liberale. L’unica coerenza, per lui la più alta, rimaneva la fedeltà alla libertà: di sottrarsi al conformismo e alle nozioni di impegno codificate dagli scrittori di successo al servizio di un vero Partito.
Egli invece preferì sfoderare nel 1951 l’ennesima provocazione, stilando un Manifesto per un partito conservatore e comunista e assemblare, in barba agli intellettuali integrati, un’eccentrica Accademia degli Informi con cui chiamare a duello i fautori delle «virtù prettamente letterarie: venalità, futilità, utilitarismo, opportunismo, immodestia, sicumera».
Da profondo scettico qual era, Delfini scelse invece la difficile sfida dell’out-sider, proponendosi di «interessarsi un po’ a tutto e fregarsene del mondo intero», ridendo delle tragedie del mondo e scatenandosi nella violenza verbale e nell’irrisione di quel politicamente corretto, che già allora trionfava nei salotti della borghesia colta.
Prima di morire, nel 1963, fece in tempo a pubblicare i suoi versi: li intitolò Poesie della fine del mondo, un carnevale capriccioso e maldestro, in cui quel sovversivo flaneur inscenava ancora il proprio teatro di marionette: ladri, giornalisti, prostitute, omosessuali, clown di professione e no. Fu uno dei quadri più lucidi e stupefacenti della sua opera, il quadro di quell’Italia bigotta e maneggiona.