La strana (e veltroniana) carriera in Acea di Toro jr

All’inizio dell’inchiesta sugli appalti per le Grandi opere condotta dalla procura di Firenze è spuntato un personaggio apparentemente marginale: Camillo Toro, figlio del procuratore aggiunto romano Achille, che si è dimesso dall’ordine giudiziario dopo le accuse di corruzione e favoreggiamento. Intorno a lui ruotano però una serie di contatti sui quali la magistratura, in queste ore, starebbe indagando. Secondo l’ipotesi dei pm fiorentini il figlio dell’ex magistrato aveva chiesto di essere trasferito dalla ex municipalizzata romana Acea al ministero delle Infrastrutture attraverso l’avvocato Edgardo Azzopardi. In cambio, sostengono gli inquirenti, Achille Toro avrebbe rivelato allo stesso Azzopardi alcune informazioni relative all’inchiesta. In effetti, leggendo i brogliacci delle intercettazioni in mano ai Ros, Azzopardi il 21 ottobre scorso chiede a Camillo il suo curriculum da girare all’ingegner Angelo Balducci, ex numero due della Protezione civile attraverso Massimo Sessa, presidente della seconda sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. In mezzo il giallo di un bonifico saltato per colpa dell’Iban (il codice bancario) sbagliato e un piatto di lenticchie che il giovane Toro, ad Azzopardi, spiega di «non aver ancora accettato». Ecco perché il pc di Toro jr sarebbe già stato sequestrato dagli uffici dell’ottavo piano del palazzo di piazzale Ostiense.
Ma perché Toro voleva andare via da Acea? E che ruolo aveva nell’azienda ex municipalizzata romana? Sono in molti, anche tra i suoi colleghi, a chiederselo. Matricola 039345, Camillo Toro è entrato in Acea il 3 maggio del 2004 a 33 anni come impiegato di Acea Ato2, la società che gestisce il servizio idrico integrato nel Lazio Centrale e a Roma. Con 3,7 milioni di abitanti e 112 Comuni è il bacino territoriale più grande d’Italia. Siamo in piena stagione veltroniana, e infatti a firmare la lettera d’assunzione è Andrea Mangoni, manager cresciuto nella municipalizzata che lui stesso ha provveduto a trasformare in società per azioni, ultimo passo prima della quotazione in Borsa. Se ne andrà nel 2009, per contrasti con il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Nei corridoi della cittadella di Acea i maligni dicono che Camillo sia laureato in legge ma non ancora avvocato: stipendio intorno ai 35mila euro lordi l’anno più qualche premio ad personam, assegnato dall’azienda e insindacabile. «Tutti sapevamo che era “il figlio di...”».
Lo scorso 1 dicembre, quando ancora le indagini erano segrete, Camillo Toro viene spostato un po’ a sorpresa all’ufficio legale diretto dall’avvocato Renato Conti, altro mangoniano d’acciaio. Un passaggio, forse, prima del trasferimento. In realtà «il Pupo», come gli indagati lo chiamano al telefono, avrebbe voluto finire sotto l’ombrello di Biagio Eramo, amministratore delegato della sezione Sviluppo e progetti speciali. Il suo obiettivo, come sembrerebbe emergere dalle intercettazioni, era quello di «fare il passaggio in società», ottenere un nuovo inquadramento professionale (da impiegato a quadro, gli indagati parlano di «nuova cornice») e chiedere il «permesso» per lavorare al ministero come consulente per poi finire in aspettativa: «Perché non si può consentire che acchiappi due stipendi... no?», chiede Azzopardi. E Eramo: «In realtà la richiesta che ha fatto è questa». Anche Stefano Toro, commercialista, risulterebbe beneficiario di una consulenza da Eramo per Ato 5 Frosinone negli anni scorsi.
Ma chi è Eramo? È stato il primo presidente di Acea Ato2 e con Massimo Sessa, uno degli intermediari, è vicinissimo all’ex parlamentare Idv calabrese Aurelio Misiti, già presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. E Mangoni? Dopo Acea è diventato presidente di Telecom Italia Sparkle, la società finita nell’inchiesta Fastweb e ’ndrangheta. Ma questa è un’altra storia...
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