Alla strana guerra con armi spuntate

È proprio una &quot;strana guerra&quot; quella che lo Stato pretende di combattere contro piromani e incendiari, protagonisti di un terrorismo nuovo e diverso. La guerra è tragicamente vera, perché ci sono i morti e perché l'effetto delle fiamme ricorda, col concorso del vento e delle calure di stagione, l'azione del napalm, ma la risposta a questo attacco è grottesca, inadeguata...<br />

È proprio una «strana guerra» quella che lo Stato pretende di combattere contro piromani e incendiari, protagonisti di un terrorismo nuovo e diverso. La guerra è tragicamente vera, perché ci sono i morti e perché l'effetto delle fiamme ricorda, col concorso del vento e delle calure di stagione, l'azione del napalm, ma la risposta a questo attacco è grottesca, inadeguata, come se le istituzioni non avessero piena consapevolezza dei pericoli per le vite dei cittadini e dei danni incalcolabili. Il Paese è sotto choc per quanto è avvenuto, per i morti e la rovina, e non comprende perché le istituzioni siano così stoltamente timide per fronteggiare il pericolo.

Pensate, due fratelli pastori sono stati fermati proprio per l'incendio che ha portato alla distruzione del «Rifugio del Falco» e alla morte di due ospiti. I pastori devono rispondere, al momento, di «omicidio colposo aggravato e incendio doloso». Omicidio colposo, capite, come quegli automobilisti che senza volerlo tamponano chi li precede e ci scappa il morto. Ma esiste una bilancia della giustizia? Due sciagurati che trafficano con inneschi e provocano una cortina di fiamme che circonda un complesso turistico gremito di ospiti non hanno la consapevolezza di poter provocare una strage? Se proprio non si vuole arrivare a questo delitto da ergastolo, almeno quello che i tecnici chiamano il «dolo eventuale» può e deve essere contestato? No, omicidio colposo, un'accusa che nel nostro sistema richiama l'idea delle scarcerazioni facili, dei patteggiamenti, delle pene di carta.

Ma con le pene di carta non si vincono le guerre come quella che è in corso in diverse regioni italiane. Lasciamo ai tecnici le disquisizioni cavillose, ci limitiamo a osservare che, anche con le leggi esistenti si potrebbero colpire gli incendiari in maniera giustamente severa, per educarne aspiranti imitatori. Invece, c'è un'interpretazione lassista dello spirito e della lettera delle norme. Per tanti magistrati l'incendio boschivo resta una sorta di «reato minore», ma è per tragiche infrazioncelle come questa che da gennaio fino al 19 agosto sono scoppiati in Italia 5.735 roghi, il 50 per cento in più rispetto all'anno precedente, con 95.520 ettari devastati. Un'enormità, uno scempio intollerabile. E cosa fa la maestà della Legge? Gli incendiari colti sul fatto sono stati parecchi ma attualmente in carcere ce ne sono soltanto 15. Duecentoquarantatré sono stati semplicemente identificati e denunciati a piede libero, come i ladruncoli dei supermercati che, però, qualche volta in carcere ci finiscono.

In queste condizioni è difficile vincere la «strana guerra». Michele Brambilla ha usato un'espressione efficace quando ha definito «terroristi» i propagatori di fuoco. Sa perfettamente, come tutti, che i terroristi hanno ideologie, finalità eversive e sovversive, organizzazioni e gerarchie che mancano agli incendiari, infami nichilisti sopravvissuti alla modernizzazione, ma anche questi diffondono terrore e distruzione. E comunque questo Stato, in tutti i suoi apparati, dovrebbe comprendere che la guerra a questa particolare forma di terrore richiede strategie e consapevolezze adeguate. Soprattutto non si fa con processi interminabili e troppo spesso vani. Da quando, sette anni fa, è stata varata la nuova legge sugli incendi c'è stata una sola condanna definitiva.