La strana partita fra gli eredi dell'ex juventino

Antonio Conte, 45 anni, con la Juve ha vinto 8 scudetti: 5 da giocatore e 3, di fila, da allenatore. Ora è ct azzurro

A leggia il fantasma di Antonio Conte su Milan-Juventus. C'è chi fa di tutto per farlo dimenticare, Massimiliano Allegri. E c'è chi fa di tutto per farlo ricordare, Filippo Inzaghi. La sfida tra due tecnici che non si sono mai amati è anche nel segno del ct della Nazionale. Il successore materiale contro l'erede morale. Chi ne ha preso il posto contro chi ne ha raccolto la filosofia.

Allegri è stato messo alla porta a Milanello lo scorso gennaio dopo lo choc Sassuolo. Poi è stato catalputato a Vinovo dallo choc Conte. Accolto tra i fischi che ora si sono trasformati in silenzio d'attesa. Inzaghi si è preso il Milan a maggio, contagiando con il suo entusiasmo ogni centimetro colorato di rossonero: acclamato al raduno, osannato dopo due vittorie. È il capopopolo come lo era Conte per la Juve il cui avvento d'improvviso spense polemiche e riaccese l'entusiasmo dopo due settimi posti. Il Milan si immedesima nel suo allenatore. Approccio travolgente, come gli 8 gol in due gare. Di Conte ha preso il mantra «l'uomo prima del giocatore». Ne ha applaudito lo spirito che ha portato in nazionale, lo stesso che Pippo sta ridando al Milan caduto in disgrazia l'anno scorso con l'ottavo posto. Fuori dalle coppe e da ricostruire, come la Juve che prese in mano Conte quattro anni fa. Martella come solo Conte sa fare, ha rimesso le regole che regnavano nel Milan che lui trascinava a suon di gol. Un po' come Conte che entrando nello spogliatoio bianconero dopo esserci stato da giocatore non esitò a dire: «Abbiamo finito di fare schifo?».

Allegri non può certo dirlo a una squadra che ha vinto tre scudetti di fila. Uomo intelligente, ancor prima che allenatore capace, non ha stravolto nulla, per ora solo piccole variazioni al tema. Il modulo è rimasto quello, cambia l'interpretazione. Molto possesso palla, meno ricerca ossessionata delle verticalizzazioni. La calma di Max fa da contraltare alla frenesia contiana. Cambi di fronte e manovra avvolgente fanno tenere palla alla Juve più di qualsiasi altra squadra in campionato. Però la Signora tira tanto, sedici volte a partita, mentre con Conte nell'ultimo anno il cinismo era portato agli estremi. Un po' come il Milan di Inzaghi che tira la metà dei bianconeri, ma segna più del doppio. Va sempre in verticale e il contropiede è l'arma letale finora. Il pallone lo lascia agli altri. Nelle statistiche della Lega il Milan è in fondo per supremazia territoriale, davanti solo a Cesena e Chievo, ma è primo per pericolosità.

Due filosofie agli antipodi che si ritroveranno faccia a faccia questa sera. È già successo al Trofeo Tim, una stretta di mano in mezzo al campo, come da cerimoniale, e poi via ognuno per la sua strada. Non si amano, si sono anche guardati male una volta davanti alle giovanili del Milan. Sembra un secolo fa, era l'anno scorso. Allegri traballava già in rossonero, Pippo vinceva il Viareggio e Conte dominava come al solito. Un'estate pazza ha ribaltato le panchine di tre che non ci stanno seduti neanche un attimo. Anzi Allegri sì, pochi istanti per godersi il debutto allo Juventus Stadium, come intimorito dal prendere possesso della casa del predecessore. È andata bene. Ognuno ha il suo stile. Max urla composto, Pippo urla tarantolato e esulta con i giocatori proprio come Antonio. Già, Conte che come un fantasma stasera aleggerà sulle due panchine. La sua filosofia che continua a vivere con Inzaghi, la sua creatura che continua a vivere con Allegri. Comunque vada stasera lui vincerà ancora.