La strana resistenza al film di Soavi sul dopo Resistenza

L’opera è terminata ma è ancora senza distribuzione. Il misterioso no di Gifuni, di Bova e della Ferilli

da Roma

Coincidenze? Forse, ma tutte insieme fanno un indizio. Il sangue dei vinti, il tormentato film (più versione lunga tv) che Michele Soavi ha tratto dal best-seller di Pansa, continua, ancor prima d'esser pronto, a destare sospetti, fastidi, antipatie. In tanti avrebbero preferito non fosse mai fatto. Dentro la Rai, che pure l'ha coprodotto tirando fuori 5 dei 9 milioni di euro; e fuori, a registrare gli ostacoli che l'impresa ha incontrato. C'è da augurarsi che un eventuale passaggio alla Mostra di Venezia (Müller si dice «molto interessato», lo vedrà appena sarà pronta l'edizione «corta» di 100 minuti) o alla Festa di Roma (con o senza Squitieri al comando) riporti il sorriso sul volto del produttore Alessandro Fracassi, il quale riflette con una punta di amarezza: «Anche Napolitano, nelle celebrazioni per il 25 Aprile, ha parlato di guerra civile. Se lo facciamo noi, diventiamo pericolosi sovversivi. È come se quel titolo si portasse dietro un'aura di maledizione».
Evidentemente Il sangue dei vinti tocca nervi scoperti: per la materia incandescente, per il culto resistenziale, per l'incalzare della cronaca politica. Difatti occorsero molti mesi, tra ritocchi e ripensamenti, registi che andavano e venivano, prima di mettere a punto la stesura definitiva del copione, firmato da Dardano Sacchetti e Massimo Sebastiani. C'era da trasformare la cruda contabilità mortuaria della pagina scritta (le stragi, le rese dei conti, le vendette personali compiute in nome della Resistenza dopo il 25 aprile '45) in fiction popolare, con l'invenzione di personaggi di fantasia da catapultare dentro alcuni degli episodi rievocati da Pansa. Alla fine è stato il sì di Michele Placido a sbloccare la situazione: è lui il quarantacinquenne commissario di polizia Franco Dogliani, che sul finire della guerra, partito da Roma per un'inchiesta, risale verso la natìa Cherasco, nelle Langhe, diventando testimone attonito, sempre più partecipe, di quei fatti di sangue. Attorno, un cast di prim’ordine: Barbora Bobulova in doppio ruolo (due gemelle su fronti diversi), Alessandro Preziosi nei panni del fratello partigiano di Dogliani, Alina Nedelea in quelli della sorella repubblichina, Philippe Leroy, Giovanna Ralli, Stefano Dionisi. Non è stato facile. Parecchi degli attori interpellati, adducendo motivi vari, anche ideologici, hanno dato forfait: Carlo Cecchi, Raoul Bova, Sabrina Ferilli, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, solo per dirne cinque. Anche l'inizio della lavorazione, a ottobre, non si rivelò delle più semplici. Il sindaco di Saluzzo, pur senza ostacolare le riprese, prese le distanze, con tanto di delibera comunale, spiegando «di non poter concordare con il contenuto» a causa del presunto «terzismo» del protagonista. La Piemonte Film Commission, di solito molto generosa, preferì invece chiudere i rubinetti, proponendo facilitazioni per soli 40mila euro, alla fine rifiutati dal produttore, contro i 64mila accordati a L'uomo privato di Emidio Greco e gli oltre 100 a Sangue pazzo di Marco Tullio Giordana.
Sembrerà strano, essendo nato come progetto di Raifiction, ma pure la distribuzione del film è in alto mare. Raicinema, naturale braccio operativo, tentenna. Forse Caterina d’Amico, amministratore delegato della società, vedrà Il sangue dei vinti prima di partire per Cannes. «Spero davvero che le piaccia», auspica Fracassi, riservandosi di proporre il film anche ad altri. Si parla di Warner Bros, anche di Medusa, il che sarebbe il colmo.
Non bastasse, la commissione ministeriale per i fondi di garanzia, mancando «il parere unanime», nei fatti ha bocciato Il sangue dei vinti. Due volte. Il 17 dicembre 2007 e il 28 aprile 2008. Nel primo caso, la valutazione recita: «Un giallo interessante, tratto dall'omonimo romanzo di Pansa, ma non indenne da contaminazioni televisive. Pur ottenendo un giudizio positivo (65 centesimi di punteggio, ndr) viene superato da altri progetti ritenuti più meritevoli». Disco verde invece per I viceré (ma in quel caso il produttore chiedeva solo il bollino «di interesse culturale nazionale», niente soldi) e per Sangue pazzo (1 milione e 800mila euro), entrambi costruiti sul doppio sfruttamento, come Il sangue dei vinti. E pensare che Soavi, regista in bilico tra cinema e tv, confessò proprio al Giornale di avere, tra i suoi riferimenti, il capitano Willard di Apocalypse Now, la guerra fratricida raccontata da Il vento che accarezza l'erba di Loach e soprattutto Antigone di Sofocle, per il tema dolente della giusta sepoltura.