La strana storia del detenuto celodurista

Si chiama Francesco C. è in prigione per reati gravissimi ma,
stabiliscono due giudici, non può stare in carcere. Motivo: soffre di
priapismo. Ai domiciliari però torna a delinquere. Finché un pm...

MilanoTecnicamente si chiama priapismo. In italiano moderno si potrebbe tradurre con «celodurismo». In sostanza, si tratta di una malattia piuttosto rara che si traduce in durature e incontrollabili erezioni. La malattia è talmente inconsueta che la giustizia milanese si è dovuta estenuare in una lunga e costosa serie di atti processuali - perizie e controperizie, sentenze, ricorsi e controricorsi - per rispondere a questa domanda: può un detenuto affetto dall’ingombrante inconveniente restare in carcere?
Per due volte, i giudici hanno deciso per il no. Per due volte, il detenuto nonostante la gravità delle accuse ha ottenuto di lasciare il carcere traslocando agli arresti domiciliari insieme al suo incontrollabile organo riproduttore. Solo alla fine, di fronte ad una nuova ordinanza di custodia per traffico di stupefacenti, un giudice si è preso la responsabilità di decidere: per dura che sia la situazione, il detenuto deve restare in prigione. Anche se i compagni di cella, infastiditi dall’ingombrante presenza, hanno chiesto e ottenuto il suo trasferimento in una stanza singola.
Il protagonista dell’affare si chiama Francesco C., milanese, 36 anni, precedenti per armi, associazione a delinquere, narcotraffico. In sostanza, un malavitoso a tempo pieno. Ma con una passione inguaribile per il body building. Per pompare i suoi muscoli, Francesco C. - per sua stessa ammissione - si è affidato per anni non solo al duro lavoro in palestra ma anche a ogni genere di anabolizzanti. Ed è proprio il massiccio ricorso al doping che pare abbia avuto l’imprevisto effetto collaterale. Soprattutto nelle ore diurne, C. si trova a che fare con manifestazioni continue, involontarie - e, pare, assai dolorose - della propria virilità. Un fastidio - sempre a suo dire - incompatibile con la vita in cella.
Di fronte alla sua richiesta di scarcerazione, la giustizia si divide. Nel marzo del 2008 il giovanotto - che sta scontando una condanna a quattro anni per spaccio di cocaina - chiede di uscire dal carcere, il giudice gli dice di no, il tribunale del riesame ordina una nuova perizia. Il referto del medico, dopo misurazioni al centimetro, analisi, palpazioni - è netto: il paziente è «affetto da priapismo, patologia che comporta una erezione, dolorosa, persistente ed anomala», concludendo per «la difficoltà di fronteggiare nello stato detentivo le esigenze di cura dell’imputato, al quale dovrebbero essere somministrati, oltre che farmaci per la specifica patologia, trattamenti compensativi di tipo psichiatrico». Il tribunale lo scarcera, inviandolo ai domiciliari a casa della convivente. Neanche il tempo di uscire, e lo arrestano di nuovo: altra storia di droga, lo fermano in flagrante nella stessa inchiesta che porta in carcere Domenico Brescia, il sarto di fiducia di giocatori e tecnici dell’Inter. Ma il giudice lo rimette agli arresti domiciliari, sempre a causa della indomabilità del suo apparato genito-urinario.
Non è finita. Un mese fa il pm Marcello Musso chiede e ottiene il suo arresto insieme a quello di decine di narcotrafficanti grandi e piccoli. Anche al nuovo giudice, Francesco C. - che forse è ormai convinto di avere trovato il modo di evitare in perpetuo il carcere - fa presente il suo inconveniente. Equi la giurisprudenza si ribalta: nuova perizia, e il giudice stabilisce che «non solo lo stato di salute del C. non è incompatibile con il regime carcerario ma i sanitari del carcere sono in grado di garantire la soluzione del problema del priapismo al suo insorgere e in tempi rapidi». Anzi, «paradossalmente», è meglio il carcere, «non potendo tale patologia essere risolta tra le mura domestiche»...