Le strane omissioni dei maestrini di Mauro

Ci si permette di screditare un povero ragazzetto napoletano, Gino Flaminio, per via della sua «unica colpa» d’esser stato condannato per rapina a due anni e sei mesi con la condizionale. Poi: parliamo proprio noi che difendiamo un capo del governo che notoriamente ha giovato di prescrizioni e lodi e leggi ad hoc. Questo in sintesi è il rilievo mosso su Repubblica di ieri da Giuseppe D’Avanzo, che fa finta di non capire.
D’Avanzo, ascolta: noi non volevamo «screditare un ragazzo per la sua unica colpa» della rapina, posto che una rapina, anche «unica», sia poi questa sciocchezza di gioventù o un tratto antropologico perdonabile di chi sia giovane a Napoli, oltretutto la tua città. Noi volevamo proprio screditare Repubblica, perché è Repubblica che aveva il dovere di spiegare ai lettori lo status e la credibilità di chi sta intervistando: e ciò non per impiccare Gino Flaminio alla sua fedina penale, secondo un costume che pure dovresti conoscere bene, ma perché, anche perché, non sembri che abbiate cercato di nasconderlo. Hai passato mezza vita a occuparti di mafia, D’Avanzo, e sarebbe come non menzionare, fatte le debite proporzioni, se un testimone sia spontaneo o sia un collaboratore di giustizia con alle spalle un certo curriculum: la credibilità va valutata, non credi?
Hai scritto: «Conta qualcosa l’errore di gioventù di Gino rispetto alla verità che racconta?». Ma lascialo giudicare a noi, caro, e lascia che a dirlo siano i lettori di Repubblica, tu fornisci se possibile ogni informazione utile, grazie. Io davvero non riesco a capirvi, sai. State profondendo sforzi spettacolari per condurre una campagna che sopportate voi per primi, sospirando, perché semplicemente siete convinti che funzioni. Potreste buttarvi sul caso Maldini con la stessa disinvoltura: il fine è noto, sui mezzi siete disposti a tutto, e sta bene: ma dunque? Vogliamo stringere o che?
State continuando ad accanirvi in un canone ossessivo di «domande» che però non poggiano su plausibili risposte, è una sorta di interrogatorio circolare senza un capo d’imputazione, qualcosa che sfugge continuamente, scivola in laterale, difetta insomma una tesi anche abborracciata che corrisponda a un j’accuse: vi limitate a spaccare in quattro il capello biondo, a cercare contraddizioni nelle risposte improvvisate e non dovute di chi, in definitiva, non è ancora chiaro di che cosa sia imputato: e allora sperate disperatamente che a spiegarvelo sia lui. Inversione dell’onore della prova, la chiamerebbe un avvocato. Cavolacci suoi, direbbero e dicono tanti altri.
Io non voglio fare il solito discorso dei forcaioli, D’Avanzo, son stufo anch’io, però tu non puoi contrapporre alla vostra omissione sulla condanna del ragazzino il fatto che altri «non hanno ricordato come il padre di Noemi è stato arrestato, condannato in primo grado per corruzione, poi assolto». Ecco, l’hai detto, è stato assolto: vuole dire niente? Oppure il fatto che sia andato per tribunali per te è sufficiente? Ma allora non sei cambiato, Beppe. Nel 1995, per la Mondadori del Cavaliere, scrivesti un libro terribile su Corrado Carnevale, «La giustizia è cosa nostra», un’accusa via l’altra: e poi l’hanno assolto in tutto e per tutto. Nel 1989 scrivesti su Repubblica, a proposito di Alberto Di Pisa, il giudice accusato di essere «il corvo» che voleva mascariare l’Antimafia siciliana, che «forse Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall’invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore». E poi hanno assolto anche lui, mannaggia. Bene. In attesa che il tuo prossimo obiettivo sia assolto da qualcosa, ecco, vogliamo almeno aspettare che lo accusino di qualcosa?