Gli strani viaggi del tesoro di Consorte

Per quale ragione l’ex capo del gruppo assicurativo divide i denari, frutto delle sue consulenze a Gnutti, con il suo vice e il primogenito di costui, che all’epoca era un giovane assicuratore di 35 anni?

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Quando Giovanni Consorte racconta in Procura di aver fatto rientrare i suoi depositi esteri in Italia grazie allo «scudo fiscale» dice solo una mezza verità. Forse inconsapevolmente. Forse l’ex presidente di Unipol conosce solo parte della vicenda, assai più complessa, ricostruita ora da Il Giornale. Una ricostruzione da cui emergono alcune sorprese, tutt’altro che trascurabili.
Sacchetti uno e due. Innanzitutto: i soldi rientrati tra il 2001 e il 2002, via Lussemburgo, sono 11,3 milioni di euro e non 5 come scritto finora. Seconda questione: i consulenti di Consorte hanno utilizzato sì lo scudo fiscale ma prima di rientrare in Italia il denaro ha compiuto un viaggio assai complesso e anche un po’ sospetto. Ancora, questo enorme flusso di denaro rientrato usando la legge Tremonti, non era soltanto di Consorte, ma anche del braccio destro Ivano Sacchetti e, figura nuova, del figlio di quest’ultimo, Marco. Un po’ strano, a pensarci bene: Consorte ha sempre sostenuto che quei denari sono frutto di consulenze ottenute come advisor di Chicco Gnutti per l’operazione Telecom. Per quale ragione, dunque, risultano nella disponibilità anche di Sacchetti e del figlio Marco, nel 2001 assicuratore di 35 anni a Reggio Emilia con un passato di rappresentante di «calze, cappelli, bastoni e ombrelli», come si legge dalle visure camerali?
Ma gli aspetti singolari di questa vicenda sono numerosi. E sullo sfondo resta sempre da chiarire la destinazione degli altri denari erogati da Gnutti estero su estero e di quelli movimentati tra quest’ultimo, la coppia Consorte-Sacchetti e Gianpiero Fiorani. Al momento di questo considerevole flusso di capitali non c’è una precisa e completa ricostruzione. Certo, Consorte nega di aver distribuito a terzi. Assicura di non aver più soldi all’estero. Giura di aver speso parte della somma con investimenti documentabili. Ma gli inquirenti ritengono che siamo ancora lontani dal fare chiarezza. Bisogna aspettare, dicono, le rogatorie.
Affare Mentor. Qualche elemento in più c’è invece sulla tranche di 11,3 milioni di cui Il Giornale ha ricostruito il tortuoso viaggio. Snodo nevralgico della vicenda è la finanziaria lussemburghese Mentor Holding Sa, fondata nel 1986 e con sede in Val Fleuri al 50. Uno dei tanti veicoli finanziari utilizzati dai consulenti del Granducato. Che fino al 25 luglio è di una famiglia belga per essere poi assorbita da Deloitte & Touche. Ebbene, il 2 luglio del 2001 si riunisce il consiglio d’amministrazione, emette un prestito obbligazionario da 15 milioni di euro con 15mila obbligazioni nominali dal valore di 1.000 euro ciascuno, sottoscrivibili entro fine mese. Essendo il prezzo d’emissione del 75,33% il capitale sottoscrivibile arriva a 11,3 milioni di euro. A fine luglio l’emissione viene interamente coperta da Giovanni Consorte (7.102 obbligazioni) per 5.350.000 euro, Ivano Sacchetti per 3.550.000 euro e il figlio Marco per 2,4 milioni. Ma che se ne fanno Consorte & C. di obbligazioni Mentor? Lo si capirà un anno dopo quando i tre, a giugno del 2002, nello stesso giorno, vendono i titoli alla Classique International Limited, finanziaria delle Isole Vergini britanniche. I soldi incassati, 5,4 milioni di euro per il solo Consorte, finiscono su un conto a lui riconducibile alla Popolare di Lodi.
Date e verbali. Ma di chi è la Classique International Ltd? Del gruppo lussemburghese Fidei, ovvero di Deloitte & Touche. La stessa che aveva comprato Mentor. Ritenere o pensare che si tratti di un giro, un’operazione realizzata solo per poter utilizzare lo scudo fiscale, è un’ipotesi maligna. Ma qualcosa, in tutta l’operazione, non quadra alla perfezione. A iniziare dal verbale con il quale Mentor delibera l’emissione di obbligazioni. Il documento indica la data del 2 luglio 2001 e porta le firme degli amministratori David De Marco e Alain Lam, manager di Deloitte. Peccato che, consultando l’archivio ufficiale della Camera di Commercio del Lussemburgo, a quella data i due non fossero amministratori di Mentor. De Marco e Lam solo il 25 luglio sostituiscono gli amministratori Dostert, Ten Brinke e de Graaf in Mentor. Non si tratta di una pignoleria. Un altro punto non torna: il 2 luglio 2001, data del verbale, la sede della società nel Granducato aveva sede in rue Antoine Jans al 10 e non in rue Flueri 50 come sempre viene indicato nel documento. Come mai? Sarebbe interessante sapere quando la proprietà di Mentor passa da una famiglia belga a Deloitte. Da lì si capirebbe se il verbale relativo alle obbligazioni è stato o meno retrodatato.
La ricostruzione di tutti i passaggi finanziari consentirà agli inquirenti di verificare se Consorte e i Sacchetti hanno regolarizzato la loro posizione fiscale attenendosi a quanto previsto dalle norme che hanno regolamentato il rientro dei capitali grazie allo scudo fiscale.
La legge prevedeva la possibilità di rimpatriare «attraverso gli intermediari, denaro e altre attività finanziarie detenute almeno al 1º agosto 2001 fuori del territorio dello Stato». Nel caso di Consorte & c., le obbligazioni vennero sottoscritte appena sei giorni prima la data ultima indicata dallo scudo fiscale. Una coincidenza senza dubbio fortunata. Se l’emissione non fosse stata deliberata dall’assemblea della Mentor il 2 luglio e sottoscritta il 25 Consorte non avrebbe potuto comprare le obbligazioni e poi «scudare» i soldi, pagando poche decine di migliaia di euro per farli rientrare in Italia.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it