«Stranieri fra i popoli», il sogno in scena

Mriam D’Ambrosio

«Stranieri fra tutti i popoli del mondo - Armeni, Ebrei, Zingari, Neri sognatori e musicisti». È così che si chiama l'ultimo progetto ideato da Andrée Ruth Shammah, una fusione tra musica, danza, parola che vede protagonisti «popoli che hanno storie dilaniate», raccontate con le note o il corpo dai «sognatori, una razza pericolosa - dice la Shammah - ma i più pericolosi sono soprattutto quelli che i loro sogni li vogliono realizzare».
E lei, teatrante che mette in pratica il sogno, li realizza insieme a Pirelli Re e con la collaborazione di Publitalia '80, facendo vivere all'Auditorium di Milano nove spettacoli, dal 5 novembre al 10 dicembre. Si parte con la tromba dell'americano Dave Douglas e il suo quintetto che miscela vari linguaggi musicali, dall'elettronica alla tradizione dei Balcani, si continua la sera dopo (lunedì 6 novembre) con «Vibrate», l'ultimo lavoro dei Manhattan Transfer. Il sassofono del quasi ottantenne Lee Konitz, leggenda del jazz arriva domenica 12, con i suoi straordinari musicisti e il 13, il quarto appuntamento è con Ute Lemper, artista completa che porta all'Auditorium i suoi «Angels of Berlin». «La musica del Novecento è fatta da tante culture che vengono dal basso - spiega Gianni Gualberto, consulente artistico della rassegna - culture spesso ignorate, non accademiche, che lanciano i loro messaggi. Questi concerti propongono la ri- appropriazione e la coscienza di queste radici». Affondo nelle radici anche per «Il suo nome... Carmen», produzione del Teatro Franco Parenti con la forza e la grazia di Luciana Savignano protagonista. «È la parte conclusiva di un trittico iniziato con “La lupa” e proseguito con “Jules e Jim” - dice la coreografa Susanna Beltrami - sono anni che lavoro con la Savignano e i ruoli ambigui si addicono a questa creatura. È una Carmen che non si affida alla musica di Bizet (abbiamo scelto altri musicisti) e che ritorna nel ricordo dell'uomo che l'ha amata e uccisa, morto anche lui e sospeso davanti al giudizio divino». Dopo l'ultima danza della zingara, domenica 19 tocca al basso elettrico di Steve Swallow unito al sax tenore dell'israeliano Ohad Talmor e lunedì 27 la voce di Diamanda Galàs attraversa il blues, il gospel, il jazz. Uri Caine e il suo Ensemble propongono Mahler Project (2 dicembre) e, per l'ultimo appuntamento, la batteria di Jack DeJohnette incontra Foday Musa Suso, suonatore di kora (simile all'arpa), erede della tradizione antica dei Griot, artisti africani che univano ai versi delle loro poesie il suono della musica (praticamente dei cantautori). «Cerchiamo di non continuare a piangerci addosso e pensare a come era Milano nel passato, a quello che si faceva e oggi no - conclude Fedele Confalonieri, presidente di Publitalia - a Milano le cose accadono e non vogliamo che sia solo la grande città della moda. Anche i cinema e i teatri fanno parte della vita quotidiana della città». Andrée Ruth Shammah sottolinea «l'importanza di fare squadra» e creare eventi unendo le forze. A chiudere questo suo progetto sarà «La sagra della primavera» di Stravinskij, eseguita dai danzatori dell'Accademia Danza di Susanna Beltrami, una creatura appena nata, nuova realtà nel panorama della danza a Milano.