Lo strano caso delle donazioni di Prodi

Stefano Filippi

nostro inviato a Reggio Emilia

La voce circolava da giorni sulla via Emilia, gorgogliava come il lambrusco, avanzava come un inarrestabile maratoneta. Ieri la conferma a Reggio Emilia, la città natale di entrambi: Romano Prodi e la moglie Flavia Franzoni hanno donato parte del proprio patrimonio personale ai figli Giorgio e Antonio, sfruttando le agevolazioni fiscali introdotte tra i primi atti del governo Berlusconi. Proprio quelle norme che lo stesso candidato premier del centrosinistra, durante la campagna elettorale, ha annunciato di voler modificare radicalmente se dovesse insediarsi a Palazzo Chigi. Prima di annunciare l'intenzione di reintrodurre la tassa di successione e di disorientare gli elettori con il balletto delle aliquote sul risparmio e le rendite finanziarie, Prodi ha preferito dare una sistemata alle proprie sostanze.
L'atto è stato stipulato il 16 maggio 2003 davanti al notaio Carlo Vico (repertorio numero 94916, fascicolo numero 21915) mentre il Professore era ancora presidente della Commissione Ue e già preparava il grande rientro nella politica italiana. I due giovani Prodi hanno ricevuto 870mila euro complessivi per pagarsi i mutui sui loro appartamenti. Denaro contante, dunque, non case o titoli. La somma, equivalente a circa un miliardo e 700 milioni di lire, è frutto della vendita di un immobile posseduto da tempo, al cui ricavato i premurosi genitori hanno aggiunto altri risparmi. In virtù della legge di riforma delle successioni varata dal centrodestra, la famiglia Prodi non ha pagato un euro di tasse.
Ma ci sarebbe una seconda operazione maturata non tre anni fa, ma a metà dello scorso mese di marzo, nel pieno della polemica elettorale. Di tale trasferimento, però, non c'è nessuna conferma perché i notai hanno 30 giorni di tempo per completare la trascrizione. In questo secondo caso non si tratterebbe di una donazione di liquidità, piuttosto di un passaggio di quote societarie. Il valore complessivamente trasferito risulterebbe di poco inferiore a quello della prima donazione e riguarderebbe compagini azionarie che vantano nel proprio attivo cespiti immobiliari considerevoli.
Anche qui, grazie alla legge Berlusconi, niente imposte per i coniugi Prodi. Per la verità, non è detto che avrebbero dovuto versarle in futuro, perché ancora non è chiaro quale limite fisserebbe un eventuale governo di centrosinistra sopra il quale far pagare di nuovo la tassa. In un primo momento il Professore aveva parlato di 250mila euro, poi Fausto Bertinotti aveva abbassato la soglia a 180mila. Domenica invece, intervistato da Lucia Annunziata, l'ex premier ha corretto la linea seguita in tutta la campagna elettorale. Ha ammesso «era stato non un errore, ma uno sbaglio di comunicazione» includere tra i beni da tassare anche un bilocale di 80 metri quadrati in periferia, e ha aggiunto che «c'è un'intesa di tutta l'Unione nel dire che l'imposta verrà applicata soltanto alle fortune di alcuni milioni di euro». Una soglia ben superiore agli 870mila euro della famiglia Prodi.
La ricostruzione dettagliata della vicenda appare sul numero in edicola oggi del quotidiano L'Informazione di Reggio Emilia e ieri sera ne hanno dato un'anticipazione Radio Nettuno ed E tv, emittenti bolognesi che appartengono al medesimo gruppo del giornale. L'Informazione pubblica anche una lettera, sollecitata dal direttore responsabile Giovanni Mazzoni all'ufficio stampa di Prodi, in cui i coniugi «nella tradizione di trasparenza della nostra famiglia e nella consapevolezza della rilevanza dei ruoli pubblici ricoperti», motivano le loro scelte patrimoniali.
«Avendo avuto la gioia di vederli “metter su famiglia”, li abbiamo aiutati a “metter su casa”», scrivono papà Romano e mamma Flavia specificando di aver suddiviso la somma tra Giorgio e Antonio «in relazione al valore degli immobili da loro acquistati e alla composizione dei mutui sottoscritti». Sarebbe la signora Prodi la sponsor numero uno del riassetto dei beni di famiglia: come tutte le mamme preoccupate per il futuro dei figli, avrebbe preteso dal marito un «atto di trasparenza». E lo ha voluto con un certo anticipo, evitando così anche le code che di recente si sono formate in molte città davanti agli studi notarili dopo le confuse dichiarazioni dei leader del centrosinistra.