Uno strano interrogatorio con qualche parola di troppo

Quel tale, dopo tanti anni, aveva molto da raccontare alla polizia. ma c'era qualcosa in lui che non convinceva Harry Bosch

Per gentile concessione della casa editrice Piemme e di Luigi Bernabò Associates pubblichiamo, come anticipazione, l’undicesimo capitolo de Il cerchio del lupo di Michael Connelly. Il romanzo sarà nelle librerie da domani ed è il nuovo attesissimo capitolo della saga dell’ispettore Harry Bosch, personaggio le cui avventure sono state stampate in milioni di copie e tradotte in decine di lingue. In questo libro Harry Bosch torna sulle tracce di un assassinio irrisolto che lo perseguita da anni e che sembra destinato ad essere archiviato grazie a una confessione che fa comodo al procuratore distrettuale, ma non convince il detective. Michael Connelly prima di dedicarsi al romanzo è stato a lungo firma di punta della cronaca nera del Los Angeles Times ed è stato anche candidato al premio Pulitzer.

Michael Connelly

Davanti alla porta della sala interrogatori in cui sedeva l’uomo che si faceva chiamare Raynard Waits stazionavano due vicesceriffi in divisa. Si fecero da parte per lasciare entrare il pubblico ministero e il suo seguito. La stanza era arredata da un unico lungo tavolo. Waits e il suo avvocato difensore, Maury Swann, erano seduti da una parte del tavolo. Waits sedeva al centro e Swann alla sua sinistra. Quando entrarono gli investigatori e il pubblico ministero solo Maury Swann si alzò. Waits era assicurato ai braccioli della sedia con manette di plastica a scatto. Swann, un uomo magro con gli occhiali dalla montatura nera e una sontuosa zazzera di capelli d’argento, allungò la mano, ma nessuno gliela strinse.

Rider prese posto di fronte a Waits, Bosch e O’Shea gli si sedettero ai lati. Olivas prese l’ultimo posto rimasto accanto alla porta, dal momento che l’interrogatorio era a rotazione e il suo turno sarebbe venuto più tardi.

O’Shea si occupò delle presentazioni, ma di nuovo nessuno si prese il disturbo di stringere mani. Waits indossava una tuta arancione con una scritta a lettere nere sul petto: CARCERE DELLA CONTEA DI L.A. DETENUTO IN ISOLAMENTO

La seconda riga non aveva la finalità di un avvertimento, quasi a dire «tenetevi a distanza», ma faceva ugualmente un certo effetto. La frase indicava che all’interno del carcere Waits era rinchiuso in una cella di isolamento e non poteva frequentare i carcerati comuni. Condizione che valeva come misura protettiva sia per Waits sia per gli altri detenuti.

Mentre studiava l’uomo cui aveva dato la caccia per tredici anni, Bosch si rese conto che la cosa più impressionante di Waits era l’aspetto ordinario. Di corporatura esile, piacente, con i lineamenti delicati e i corti capelli scuri, era il prototipo della normalità. Solo lo sguardo tradiva il male che gli covava dentro. Gli occhi erano marrone scuro, infossati, di una vacuità che Bosch aveva riscontrato in altri assassini con cui si era ritrovato faccia a faccia nel corso degli anni. Il nulla. Un vuoto che non avrebbe mai potuto essere riempito, indipendentemente dal numero di vite sottratte.

Rider accese il registratore sul tavolo e avviò il colloquio in modo asettico, senza offrire a Waits motivi per sospettare che già la prima domanda nascondeva una trappola.

«Come probabilmente le sarà stato spiegato dal signor Swann, registreremo ogni seduta e quindi consegneremo i nastri al suo avvocato, che li terrà finché avremo raggiunto un accordo definitivo. Le è chiaro ed è d’accordo?».

«Sì» disse Waits.

«Bene» disse Rider. «Allora cominciamo con una cosa facile. Può dire con esattezza il suo nome, data e luogo di nascita per metterlo agli atti?».

Waits si sporse in avanti, la faccia di chi sta riferendo una cosa ovvia a un gruppo di scolaretti.

«Raynard Waits» disse un po’ spazientito. «Nato il 3 novembre 1971, nella città degli angoli... cioè volevo dire angeli. La città degli angeli».

«Se intende Los Angeles, può dirlo per piacere?».

«Sì, Los Angeles».

«Grazie. Il suo nome di battesimo è insolito. Può ripeterlo lettera per lettera per la registrazione?».

Waits obbedì. Fu un’altra buona mossa di Rider. Questa dichiarazione avrebbe reso in seguito più difficile all’uomo che avevano di fronte dimostrare di non aver mentito intenzionalmente durante il colloquio.

«Sa da dove deriva il suo nome?».

«Immagino dal culo di mio padre. Non lo so. Credevo che fossimo qui per parlare di persone morte, non di stronzate».

«È così, signor Waits. È così».

Bosch avvertì dentro di sé un enorme senso di sollievo. Sapeva che stavano per ascoltare un resoconto di orrori, ma sentì che avevano già incastrato Waits con una falsa testimonianza che avrebbe potuto far scattare una trappola mortale su di lui. Dopo la sua affermazione, c’era almeno una possibilità che Waits non ne uscisse indenne, trasformandosi in un personaggio famoso con un futuro assicurato in una cella privata a carico dell’assistenza pubblica.

«Vogliamo affrontare le cose con ordine» disse Rider. «La richiesta del suo avvocato afferma che il primo omicidio a vederla coinvolto fu la morte di Daniel Fitzpatrick a Hollywood, il 30 aprile 1992. È corretto?».

Waits rispose con l’intonazione impersonale di qualcuno cui si chiedano indicazioni per il distributore di benzina più vicino. La voce era indifferente e pacata.

«Sì, l’ho bruciato vivo mentre stava dietro la sua grata di sicurezza. Là dietro non era poi così al sicuro. Nemmeno con tutte le sue pistole».

«Perché l’ha fatto?».

«Perché volevo vedere se ero capace di farlo. Ci pensavo da molto tempo e volevo mettermi alla prova. Tutto qui».

Bosch pensò a quanto gli aveva detto Rachel Walling la sera prima. L’aveva definito un «diversivo». Sembrava che avesse visto giusto.

«Che cosa intende con “mettersi alla prova”, signor Waits?». chiese Rider.

«Voglio dire che là fuori c’è un confine che tutti conoscono ma che in pochi hanno il fegato di oltrepassare. Volevo vedere se io ero capace di farlo».

«Quando dice che ci pensava da molto tempo, si riferisce in particolare a Daniel Fitzpatrick?»

Gli occhi di Waits si accesero di fastidio. Non sopportava Rider.

«No, stupida cogliona» rispose con calma. «Stavo pensando di uccidere qualcuno. Riesci a capirlo? Era da tutta la vita che volevo farlo».

Rider si scrollò di dosso l’insulto senza battere ciglio e proseguì.

«Perché scelse Daniel Fitzpatrick? Perché quella notte?». «Perché alla tv avevo visto che tutta la città andava in pezzi. Là fuori c’era il caos e sapevo che la polizia non poteva farci niente. La gente faceva esattamente quello che voleva. Alla tele c’era un tizio che parlava di Hollywood Boulevard e delle case che bruciavano, così decisi di uscire e andare a vedere. Non volevo che fosse la tv a mostrarmi quello che stava succedendo. Volevo vedere con i miei occhi».

«Ci andò in automobile?».

«No, potevo andarci a piedi. Allora vivevo a Fountain, vicino a LaBrea. Ci andai a piedi».

Rider teneva il fascicolo Fitzpatrick aperto di fronte a sé. Gli diede una rapida occhiata mentre raccoglieva i pensieri per formulare la successiva serie di domande. Questo diede a O’Shea l’opportunità di intromettersi.

«Da dove veniva il liquido infiammabile?» chiese. «Se l’era portato da casa?».

Waits spostò la sua attenzione su O’Shea.

«Pensavo che fosse la lesbica a fare le domande» disse.

«Le domande le facciamo tutti» disse O’Shea. «Per favore potrebbe lasciar fuori dalle sue risposte le offese personali?».

«Non voglio parlare con lei, signor procuratore distrettuale. Non voglio. Voglio parlare solo con questa donna. E con loro».

Indicò Bosch e Olivas.

«Facciamo un passo indietro prima di arrivare al liquido infiammabile» proseguì Rider, mettendo da parte con eleganza la domanda di O’Shea. «Lei ha detto di essere andato a piedi in Hollywood Boulevard da Fountain. Dove andò e cosa vide?».

Waits sorrise e ammiccò a Rider.

«Ho indovinato, vero?» disse. «Non sbaglio mai. Riesco sempre a sentire l’odore di una donna a cui piace la figa».

«Signor Swann», disse Rider, «può per favore dire al suo cliente che è lui a dover rispondere alle nostre domande e non viceversa?».

Swann poggiò la mano sull’avambraccio sinistro di Waits legato al bracciolo della seggiola.

«Ray» disse. «Non giocare. Rispondi solo alle domande. Ricorda, siamo stati noi a chiedere questo incontro. Lo abbiamo organizzato noi per loro. È il nostro show».

Bosch colse un’espressione di rabbia accendere il volto di Waits mentre si voltava a guardare il suo avvocato. Poi quel lampo scomparve rapidamente e l’uomo tornò a guardare Rider.

«Vidi la città che bruciava, ecco cosa vidi».

Sorrise.

«Come in un quadro di Hieronymus Bosch» disse voltandosi verso l’investigatore.

Bosch si irrigidì. Come faceva a sapere il suo nome?

Waits fece un cenno con il capo nella sua direzione, come se gli avesse letto nel pensiero.

«Il tesserino».

Bosch ricordò che entrando nell’ufficio del procuratore avevano dovuto appuntarsi sul petto un tesserino identificativo. Rider si inserì rapidamente con la domanda successiva.

«In quale direzione è andato una volta giunto in Hollywood Boulevard?».

«Ho girato a destra e mi sono diretto a est. Gli incendi più grossi erano da quella parte».

«Cosa aveva in tasca?».

La domanda sembrò farlo indugiare.

«Non lo so. Non ricordo. Le chiavi, credo. Sigarette e un accendino, tutto qui».

«Aveva il portafogli?».

«No, non volevo documenti con me. Nel caso la polizia mi avesse fermato».

«Aveva già con sé il liquido infiammabile?».

«Sì. Avevo pensato che avrei potuto unirmi al divertimento, dare una mano a radere al suolo la città. Poi sono arrivato a quel banco dei pegni e mi è venuta un’idea migliore».

«Vide il signor Fitzpatrick?».

«Sì. Se ne stava dietro la sua grata di sicurezza con una pistola in mano. Aveva anche una fondina, forse credeva di essere Wyatt Earp o roba del genere».

«Descriva il banco dei pegni».

Waits alzò le spalle.

«Era un locale piccolo. All’ingresso lampeggiava un’insegna al neon raffigurante un trifoglio verde – non a caso si chiamava Irish Pawn – e tre palle, che credo siano il simbolo di un banco dei pegni. Fitzpatrick se ne stava lì, a guardarmi mentre passavo».

«E lei continuò a camminare?».

«All’inizio sì. Gli passai davanti e mi scattò l’idea della sfida. Volevo avvicinarlo senza farmi sparare da quel grosso bazooka del cazzo che teneva in mano».

«Che cosa fece?».

«Presi il contenitore di EasyLight dalla tasca della giacca e mi riempii la bocca. Come fanno i mangiafuoco sulla passeggiata di Venice. Mi liberai del contenitore e presi una sigaretta e l’accendino. Non fumo più. È un vizio terribile».

Guardò Bosch mentre lo diceva.

«E poi?» chiese Rider.

«Tornai al negozio da quello stronzo e mi infilai nella nicchia di fronte alla grata di sicurezza. Come se stessi cercando un riparo per accendere la sigaretta. C’era vento quella sera, capite?».

«Sì».

«Così Fitzpatrick cominciò a gridarmi di andarmene via. Venne vicino alla grata per gridarmelo. E io ci contavo».

Sorrise, fiero di come il suo piano avesse funzionato.

«Si mise a battere il calcio della pistola contro la grata d’acciaio per attirare la mia attenzione. Mi fissava le mani, così non si accorse del pericolo. E quando fu a circa sessanta centimetri di distanza, io accesi la fiamma e lo guardai dritto negli occhi. Mi tolsi la sigaretta di bocca e gli sputai in faccia il liquido infiammabile. Naturalmente il liquido investì anche l’accendino, così mi trasformai in un lanciafiamme. Prima di capire che cosa gli stesse succedendo, si ritrovò con la faccia che andava a fuoco e lasciò andare la pistola per cercare di soffocare le fiamme con le mani. Ma i suoi vestiti si incendiarono subito e in un attimo divenne una patatina fritta. Come essere colpiti dal napalm».

Waits cercò di sollevare il braccio sinistro, ma non ci riuscì. Aveva il polso legato al bracciolo. Si voltò e sollevò solo la mano.

«Sfortunatamente mi bruciai un po’ la mano. Tutta piena di bolle. Faceva male. Posso immaginare quello che ha sentito lo stronzo che si spacciava per Wyatt Earp. A mio parere, non è un bel modo di andarsene».

Bosch osservò la mano alzata di Waits. Vide una macchia più chiara nella pigmentazione, non una cicatrice. La bruciatura non era stata profonda.

Dopo un lungo silenzio, Rider fece un’altra domanda.

«Ha richiesto delle cure mediche per la mano?»

«No, considerata la situazione, pensai che non sarebbe stata una mossa furba. E da quello che sentivo, gli ospedali erano strapieni. Così tornai a casa e me la medicai da solo».

«Quando mise il contenitore di liquido infiammabile di fronte al negozio?».

«Prima di andarmene. Lo presi, lo ripulii e lo lasciai lì».

«Fitzpatrick chiese aiuto?».

Waits fece una pausa di riflessione.

«Be’, è difficile dirlo. Gridava qualcosa, ma non sono sicuro che chiedesse aiuto. Più che altro sembrava un animale. Una volta quando ero piccolo ho chiuso la coda del mio cane nella porta. Ecco, una cosa del genere».

«Che cosa pensava mentre tornava a casa?».

«Pensavo... grande, cazzo! Finalmente l’ho fatto! E sapevo che l’avrei passata liscia. Se volete saperla tutta, mi sentivo invincibile».

«Quanti anni aveva?».

«Ne avevo... ne avevo venti, cazzo, e l’avevo fatto!».

«Ha mai ripensato all’uomo che ha ucciso, che ha bruciato vivo?».

«No, in realtà no. Se ne stava lì. Lì per farsi beccare. Come le altre che sono venute dopo. Era come se fossero lì per me».

L’interrogatorio di Rider durò altri quaranta minuti. Vennero fuori dettagli minori che corrispondevano a quelli contenuti nei verbali investigativi. Alle undici e un quarto Rider rilassò i muscoli e si allontanò dal suo posto al tavolo. Si voltò verso Bosch, poi verso O’Shea.

«Credo che per il momento sia sufficiente» disse. «A questo punto forse potremmo fare una pausa».

Rider spense il registratore, poi i tre investigatori e O’Shea uscirono nel corridoio. Swann rimase nella sala interrogatori con il suo cliente.

«Cosa ne pensa?» chiese O’Shea a Rider.

«Sono soddisfatta. Non credo ci sia alcun dubbio che sia stato lui. Ha rivelato come è arrivato alla vittima. Non credo che stia dicendo tutto, ma conosce dettagli sufficienti. È stato lui o era presente al momento del fatto».

O’Shea guardò Bosch. «Possiamo proseguire?».

Bosch rifletté un istante. Era pronto. La sua rabbia e il suo disgusto erano cresciuti a mano a mano che l’interrogatorio di Rider era andato avanti. L’uomo nella sala interrogatori dimostrava un totale disprezzo per le sue vittime e Bosch riconobbe in lui il classico profilo dello psicopatico. Come già precedentemente, temeva quello che gli avrebbe sentito dire, ma era pronto a sentirlo.

«Procediamo» disse.

Rientrarono tutti nella sala interrogatori e Swann suggerì subito di interrompere per il pranzo.

«Il mio cliente ha fame».

«Devo dar da mangiare al cane» aggiunse Waits con un sorriso sarcastico.

Bosch scosse la testa e assunse il comando della situazione.

«Non ancora» disse. «Mangerà quando mangeremo tutti». Si sedette di fronte a Waits e riaccese il registratore. Rider e O’Shea presero posto ai suoi lati e Olivas si sedette di nuovo vicino alla porta. Bosch si era fatto restituire da Olivas il fascicolo Gesto e lo teneva chiuso davanti a sé sul tavolo. «Passiamo al caso Marie Gesto» disse.

«Ah, la dolce Marie» disse Waits.

Fulminò Bosch con un’occhiata.

«La richiesta del suo avvocato afferma che lei è a conoscenza di quello che accadde a Marie Gesto quando scomparve nel 1993. È esatto?».

Waits aggrottò le sopracciglia e annuì. «Sì, temo proprio di sì» disse con falsa sincerità. «Sa dove si trova attualmente Marie Gesto o dove si trovano i suoi resti?».

«Sì». Eccolo. Il momento che Bosch aveva atteso per tredici anni.

«È morta, non è vero?». Waits lo guardò e annuì. «Quello era un sì?» chiese Bosch perché la risposta rimanesse registrata.

«Era un sì. È morta».

 «Dove si trova?».

Waits fece un ampio sorriso, il sorriso di un uomo nel cui dna non c’era ombra di pentimento o di senso di colpa.

«È qui, detective» disse. «È qui con me. Esattamente come tutti gli altri. Qui con me».

Il suo sorriso si trasformò in una risata e Bosch fu sul punto di colpirlo. Rider allungò una mano sotto il tavolo e l’appoggiò sulla gamba di Bosch. Il gesto lo calmò all’istante.

«Fermiamoci» disse O’Shea. «Usciamo. E questa volta vorrei che ti unissi a noi, Maury». 

Titolo originale dell’opera: Echo Park © 2006 by Hieronymus, Inc. Pubblicato per gentile concessione di Luigi Bernabò Associates