«Strano, quando governa Prodi torna sempre l’affaire Telecom»

Castelli: «Al premier è sfuggita una frase rivelatrice sui ricatti. Chi parla così ha qualcosa da nascondere»

Anna Maria Greco

da Roma

«Il decreto legge sulle intercettazioni illegali dev’essere l’occasione per affrontare il vero nodo: quello del dilagare delle intercettazioni disposte dalle Procure». Roberto Castelli, capogruppo della Lega al Senato, preannuncia che presenterà degli emendamenti per modificare il provvedimento d’urgenza approvato venerdì dal governo.
Troppa fretta, lei dice, non aiuta a centrare il cuore dei problemi. Ma perché quella di Prodi le sembra «sospettissima»?
«Voglio parlare di fatti, non di illazioni. Ma il presidente del Consiglio in questi giorni non è molto presente a se stesso e si è lasciato sfuggire una frase rivelatrice: “Non dobbiamo permettere ricatti”. Ahi, ahi! In genere, lo dice chi teme di essere ricattato. Io sono convinto che in quei dossier ci sono cose che danneggerebbero l’attuale governo, ecco perché vogliono distruggerli subito».
Lei non è d’accordo?
«Invece sì, perché in uno Stato di diritto non si possono utilizzare come prove notizie assunte attraverso un reato. Lo dico, appunto, contro la mia convenienza politica, perché credo che chi ha fatto il decreto abbia interessi da coprire. E leggo riscontri anche in interviste che ha pubblicato il Giornale. I sospetti nascono dai tempi di Telecom Serbia. È un destino strano che ogni volta che Prodi è al governo ritorni l’affaire Telecom».
Per questo dice anche che il Guardasigilli Mastella è bravo ad alzare «polveroni»?
«Be’, lui ha propagandato questo decreto come la soluzione del problema intercettazioni, mentre non è affatto vero. Il decreto non cambia nulla, ordina solo la distruzione dei dossier spionistici. Tutti gli scandali di questi anni sono legati, invece, a intercettazioni perfettamente legittime, disposte dalle Procure che poi, in modo illegittimo, spesso le hanno date in pasto ai giornali. Questo uso distorto va bloccato e il veicolo può essere questo decreto. Mastella, poi, ha anche venduto la sua ispezione come una grande inchiesta (mentre le inchieste le fa solo la magistratura) presso Telecom, che tra l’altro non è l’unico ente che fa le intercettazioni. Io di solito non invidio nessuno ma Mastella, lo confesso, stavolta lo invidio. Noi abbiamo sempre avuto enormi problemi con la Presidenza della Repubblica, quando eravamo al governo, per i decreti legge. Loro, invece, hanno battuto credo un record mondiale per la celerità con la quale il Quirinale l’ha firmato».
Si parlava di attentato alla democrazia e anche il ministro dell’Interno Amato mette in guardia contro la politica fatta sotto il ricatto dei dossier.
«Se si vuol fare il politico ad alto livello non si deve essere ricattabile. Mi hanno chiesto se penso di essere stato intercettato. Sì, suppongo di sì. Ma non sono ricattabile, perché non ho nulla da nascondere. Chi teme, sa che certi dossier possono svelare cose scomode».
Quindi, lei vuole che il decreto sia modificato in sede di riconversione in legge.
«Ho intenzione di estrapolare dalla proposta di legge che ho presentato in Parlamento sulle intercettazioni alcuni emendamenti per rendere il decreto davvero efficace».
Quali sono le modifiche?
«Innanzitutto, il magistrato ha il dovere di estrarre dalle intercettazioni tutti i passi relativi a chi non ha nulla a che fare con l’inchiesta. Tutto ciò che non è rilevante penalmente va distrutto. Secondo: il magistrato titolare dell’inchiesta dev’essere anche responsabile delle intercettazioni. Una sorta di responsabilità oggettiva, altrimenti non si trova mai il colpevole delle fughe di notizie. Terzo: ci vuole un intervento sui media, che non sempre hanno dimostrato la necessaria deontologia, pubblicando intercettazioni che riguardano solo affari privati. Tutte regole a tutela della privacy».