Strano ma vero: un sequel che non delude

Tre anni dopo il successo clamoroso ottenuto da Kung Fu Panda che racimolò 633 milioni di dollari in tutto il mondo, la Dreamworks ci riprova con l’inevitabile sequel promuovendo, alla regia, quella Jennifer Yuh che nell’episodio precedente aveva curato la storia (e la bellissima sequenza iniziale in 2D). Non è un caso, dunque, che anche il seguito inizi con un prologo bidimensionale davvero raffinato (sembra un gioco d’ombre delle marionette cinesi) sorprendente per un prodotto servito anche in 3D. Non è l’unico aspetto positivo di un film che, con un occhio a quello che accade in casa Pixar, si è velocizzato nei combattimenti (con evidente presa in giro di prodotti come La foresta dei pugnali volanti) rispetto al primo KFP, dando meno enfasi alla trama e più ad un mix (di azione e comicità) che richiama alla mente le pellicole di Jackie Chan; così facendo, riesce a tener legato i canoni cinematografici occidentali all’estetica orientale, accontentando, in maniera trasversale, ogni tipo di pubblico.
Al centro della vicenda, dove ritroviamo Po, versione Guerriero Dragone, e i suoi cinque amici Cicloni -Tigre, Gru, Mantide, Vipera e Scimmia-, è, più che un comune nemico, qui raffigurato da Lord Shen (il figlio reietto dei reggenti, bandito dal palazzo reale per i suoi criminosi propositi), lo scontro tra vecchio e nuovo, tra tradizione e modernità, tra il kung fu e l’arrivo di quell’era industriale (con cannoni e polvere da sparo) che si prepara a spazzarlo via. Proprio per impedire la morte di questa nobile arte, Po, sempre più grosso, grasso guerriero bianco e nero (non a caso i colori di Yin e Yang), è costretto a compiere anche un viaggio alla scoperta delle proprie origini (viene così spiegato come possa un panda essere figlio di un’oca) finalmente svelate.
Rispetto a tre anni fa, si ride un po’ meno ma poco importa perché il giusto utilizzo del 3D ben alternato con i flashback bidimensionali e la spettacolarità delle sequenze di lotta, soprattutto quelle finali, consegnano al grande schermo uno dei rari sequel dove il risultato è quasi migliore del suo originale. E con un protagonista che, lontano dai canoni tipici dell’eroe muscoloso o bello come il principe azzurro, è la rivincita dell’uomo medio con pancetta annessa.